"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)

venerdì 5 febbraio 2016

Tibre, presa in giro milionaria

La chiamano Tirreno-Brennero, dovrebbe collegare La Spezia con le Alpi, ma è solo una presa in giro.
Collegherà Fontevivo a Trecasali e finirà lì, in mezzo ai campi di bietole che Eridania non vuole più.
Non verrà mai costruita per intero. E' nello SbloccaItalia, ma è solo un proforma, non ci sono fondi.


Il tratto la cui costruzione vogliono far partire serve solo alla ditta Pizzarotti, per incamerare soldi.
I nostri. Quelli versati ai caselli della Parma-mare, il 7,5% degli scontrini di pagamento dal 2011 ad oggi.
Perché farla allora?
Appunto perché è in autofinanziamento da Autocisa.
Ha già preso i soldi e continuerà a prenderli dalle nostre tasche.
Semplice come passare sotto il varco del Telepass.
La Tibre è un vecchio progetto degli anni '70, rimasto nel cassetto finché il rinnovo della concessione ad Autocisa in cambio di investimenti da parte della stessa non lo ha fatto riemergere dall'album degli orrori.
E' tornato il progetto, l'opera rimane inutile.
Autocisa ha avuto la proroga della concessione, ha raccolto i soldi dagli ignari automobilisti e una ditta di costruzioni ha già avuto l'appalto. Pura speculazione, grasso che cola solo per alcuni, un affare obbligato e giusto per l'Unione Industriali.
D'altra parte, a suo tempo, la Provincia di Bernazzoli e i Comuni attraversati dall'opera avevano dato il loro benestare, in cambio di compensazioni ridicole ed invasive.
Si era opposto solo il comitato di Trecasali, CTT, nato contro la centrale a cippato da 130.000 tonnellate di Eridania, che poi non si è fatta.
Il comitato di Trecasali era riuscito a portare tutti i sindaci della bassa dalla sua parte contro il progetto della mega centrale, così che Regione e Provincia erano rimaste col cerino in mano dell'autorizzazione già concessa, non sapendo più che fare.
La quadra l'avevano trovata chiedendo ad Eridania di ritirare la richiesta della centrale a cippato.
In quel modo, con l'unità e dal basso, comitato e cittadini avevano vinto.
Ora si tratta di fare la stessa cosa.
Chiedere a tutti i sindaci coinvolti che non si sono ancora pronunciati, di farlo, di rinunciare a qualsiasi compensazione proposta.
E' un'azione che solo un presidio permanente a Trecasali può fare, coinvolgendo i cittadini in manifestazioni ed assemblee a cui chiamare le autorità locali e cittadine per un confronto pubblico.
Quel confronto di contenuti e posizioni che "Gazzetta di Parma" impedisce dobbiamo costruirlo noi, con i social network e con la presenza sul territorio.

Giuliano Serioli
5 febbraio 2016

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

giovedì 4 febbraio 2016

Stiamo tutti fermi o ci muoviamo subito?

In questi ultimi giorni sono comparsi su Facebook moltissimi post in cui molti di noi si lamentano dell'assurdo incremento dei tagli boschivi a tutti i livelli e manifestano gravissima preoccupazione per il nostro futuro: per il calo dell'ossigeno, l'aumento di CO2 e per quel che il taglio indiscriminato e massivo delle piante può provocare per l'equilibrio del territorio.
Le poche foto sono solo alcuni esempi.


Credo che di fronte a tutto ciò non sia più possibile limitarsi a stigmatizzare il fenomeno, ma penso che si debba avviare una forte, fortissima azione di protesta e di richiesta di un vero e proprio stop a questo massacro che ritengo un vero e proprio Harakiri per l'umanità e l'integrità dell'ambiente.
Occorre muoversi subito perché è ormai chiaro che questo è solo l'inizio di un processo che rischia di farci trovare in un vero e proprio deserto nel giro di pochissimi anni: non più di 10 nel migliore dei casi.
Si dovranno coinvolgere tutte le istituzioni e costringerle ad intervenire tirando la testa fuori dalla sabbia in cui l'hanno cacciata per non vedere ciò che sta succedendo.
C'è solo ignoranza? C'è solo sottovalutazione? O ci sono anche responsabilità, inadempienze, sottovalutazioni o magari addirittura complicità?
Iniziamo a proporci l'obiettivo di una grande manifestazione pubblica che veda la partecipazione di chi ha a cuore il futuro del nostro pianeta, dei nostri figli, dei nostri nipoti.
Non lasciamo il nostro futuro in mano a chi lo mette a repentaglio consentendo questo scempio diffuso e arrogante.
Discutiamo, informiamo, mettiamoci in gioco.
Io son davvero stanco di questa pratica selvaggia e dissennata e desidero intraprendere un percorso di lotta ed ho molta voglia (direi quasi il bisogno) di metterci la faccia.
Chi ha intenzione di farlo insieme a me e a chi ci starà si metta in contatto e dia dei suggerimenti.
Creiamo un gruppo che serva a coordinarci? Fondiamo un'Associazione? Chiediamo alle forze politiche di lanciare insieme a noi un'iniziativa per proporre una legge molto più restrittiva? C'è qualche associazione ambientalista che intende fare la sua parte e fare anche da riferimento organizzativo per lanciare l'iniziativa passando dalle parole ai fatti?
Confrontiamoci e iniziamo: magari all'inizio saremo pochi, ma ritengo che in breve tempo si possa allargare di molto la base di "chi ci sta".


Claudio Del Monte

martedì 2 febbraio 2016

Cascinapiano, il bosco che non c'è più

Il taglio di sistemazione nell'alveo del Parma a Cascinapiano ha rovinato il patrimonio boschivo lungo il torrente.
Dopo lo straripamento rovinoso del Baganza del 2014, le amministrazioni comunali si sono preoccupate di prendere le precauzioni che avevano dimenticato in passato.


Dovrebbe trattarsi di un taglio selettivo, per eliminare solo le piante secche, ammalate, inclinate o all'interno dell'alveo.
Il taglio viene appaltato ad una ditta privata a compensazione, cioè a costo nullo per il Comune e il lavoro pagato con il legname disboscato.
Ovviamente il guadagno per la ditta è tanto maggiore quanto più taglia. Infatti l'area viene completamente denudata.
Per Marco Romano, consigliere comunale a Langhirano coinvolto a livello tecnico nel taglio, si è trattato di un buon lavoro che era necessario fare.
Per Paolo Piavani, biologo ed ecologo del Centro Studi Monte Sporno, non era necessario fare un taglio del genere, perché il greto è largo e in caso di piena non ci sarebbero problemi: “Bisogna tagliare gli alberi dove è stretto, altrimenti può essere controproducente. La vegetazione, infatti,
rallenta la corrente, fa da tampone alla piena. A Langhirano hanno tagliato alberi grossi che non davano problemi, era un bosco maturo. Togli gli alberi pericolanti, ci sta, ma non togliere tutto. Se dai l'appalto ad una ditta che fa biomasse non pensa a selezionare. Hanno dato l'appalto ad una ditta che produce cippato, lo fa gratuitamente, ma a patto di poter tagliare tutto”.
Andrea Ferrari, esponente di “Salviamo il Paesaggio”, aveva postato le foto del dissennato esbosco.
Si sta creando una filiera di esbosco perversa tra produttori di cippato ed alcune amministrazioni comunali.
Pare evidente che queste abbiano poche competenze idrauliche, poco interesse per il verde pubblico e viceversa intendano favorire il rifornimento delle famigerate centrali a cippato del nostro Appennino, che, è bene sapere, non sono dotate di alcun filtro contro polveri sottili, benzopirene ed IPA.
Emissioni altamente nocive per malattie polmonari e cardiovascolari ed altamente cangerogene.

Giuliano Serioli
2 febbraio 2016

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

domenica 24 gennaio 2016

Sostenibilità ambientale, un mantra scarico

La conferenza sul clima di Parigi ha fissato la soglia massima di aumento della temperatura a 1,5°, da non superare in alcun modo.
Da notare che il 26 novembre 2015 la CO2 ha raggiunto il valore di 400,69 ppm e secondo i climatologi è già quello il valore corrispondente all'aumento di temperatura da non superare.
Chissà come intendono fare per non farlo crescere più nemmeno di una virgola.


La decisione dovrebbe spingere l'industria a velocizzare la transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio, con una quota crescente di energie rinnovabili ed un progressivo abbandono dei combustibili fossili.
La domanda che ci si pone è con quali criteri l'industria metterà in pratica l'indirizzo.
Facile, quelli del tornaconto economico e del profitto.
Quindi energia dal vento e dal sole, ma solo con incentivi e pochi riguardi per l'ambiente.
Per pale eoliche sulle cime, nessun limite al taglio dei boschi per strade di servizio.
Il fotovoltaico, poi, quasi tutto a terra.
In Italia è costruito così per oltre il 70%, alla faccia del consumo di suolo.
Ma il peggio è ricavare energia da biomasse.
La Ue pontifica su riuso, riciclo e riutilizzo dei rifiuti, tra cui rientrano anche biomasse, ma nel contempo ne prevede la combustione: inceneritori e cogeneratori.
La combustione di biomasse, unitamente a quella del biogas da coltivi dedicati, è ora il settore industriale più incentivato anche dal nostro governo.
Si è sviluppata una vera e propria lobby europea della combustione: dagli inceneritori di rifiuti, ai pirogassificatori, ai cogeneratori a cippato di legna, ai cogeneratori a oli vegetali e a grasso animale.
Tutto è diventato biomassa combustibile, dalle coltivazioni dedicate ai boschi delle nostre montagne, addirittura i residui grassi ed ossei delle lavorazioni alimentari fin'ora impiegati nella produzione di alimenti per animali da compagnia e in quella dei cosmetici.
Questa lobby sta sperimentando sulla nostra pelle tecnologie solo in parte conosciute.
Non ha assolutamente in mente le ricadute ambientali delle emissioni, gli basta che queste siano in linea con normative solo cartacee, addirittura diverse da nazione a nazione e notoriamente più accondiscendenti in Italia.
Un esempio di tutto ciò sono le centrali a cippato del Trentino Alto Adige, che vantano la loro efficienza nel produrre elettricità e insieme calore per il teleriscaldamento dei paesi.
Ora si sono accorti che i valori del benzopirene (molecola altamente cancerogena) disperso in aria ambiente sono superiori al livello massimo consentito.
E quegli amministratori non sanno più che fare.
Che dire, poi, di un inceneritore, voluto a tutti i costi da Provincia e Pd, che per funzionare a regime vuole importare rifiuti da fuori provincia perché la raccolta differenziata è già al 70% e lo affama. Che per diventare ancora più remunerativo economicamente per Iren, già si prefigura di fargli bruciare 190.000 t. di rifiuti provenienti da chissà dove.
Alla faccia delle 130.000 t. massime previste e delle ulteriori polveri sottili per gli sforamenti già troppo numerosi dai massimi consentiti (50 microgrammi/Nm3).
Fuori città invece la novità consiste in un persistente odore di patatine fritte nel territorio del comune di Felino.
No, non si tratta di una sagra prolungata, purtroppo.
E' il frutto della combustione di scarti animali. Quell'odore non è innocuo, è causato dall'emissione di acroleina, sostanza tossica e cangerogena di cui la gente si è ben resa conto, per cui ha raccolto centinaia di firme portate all'amministrazione.
Ma la giunta di Felino mostra di non preoccuparsi della cosa.
Parla di un osservatorio da mettere in piedi ma senza tempistiche né dettagli su chi ne farà parte. E la storia si trascina da 3 anni.
Nonostante la lungaggine, la maggioranza è insofferente verso le opposizioni, che sollevano il problema. Non dialoga con loro, toglie loro la parola perché toccano un tasto dolente su cui ci sono gravi responsabilità.
Una delle conseguenze degli sforamenti ripetuti dai massimi consentiti di PM10 è la recente notizia su tutti i giornali del picco di aumento delle morti nel 2015 rispetto all'anno precedente (+11,3%). Riguarda l'intero Paese, ma crediamo sia molto maggiore nella Pianura Padana, per la cappa di piombo che la sovrasta.
Nei paesi del nostro Appennino la gente già ne parlava la scorsa estate.
Ci si era accorti della crescita di morti per tumore e malattie polmonari in diversi borghi.
Il benzopirene nell'aria per il ritorno massiccio al riscaldamento a legna?
Le centrali a cippato di legna, come in Alto Adige, ma qui addirittura senza alcun filtro?
L'unico elemento serio di contrasto a tutti questi veleni è proprio il manto boschivo del nostro Appennino.
Ma la sua capacità di captare CO2 e trasformarla in ossigeno è sempre più insidiata dai tagli generalizzati finalizzati alla vendita di legna in pianura.
Ora c'è una novità in più. La piena del Baganza del 2014 ha stimolato le amministrazioni ad occuparsi degli alvei.
Fanno tagliare le piante in alveo e le piante morte sulle sponde ripariali e le pagano con la stessa legna di risulta. Il problema è che quelle ditte tagliano tutto e soprattutto sulle sponde stesse,
dove la funzione di assestamento delle radici è fondamentale proprio durante le piene.
Sono comparse cataste di legna sia in val Parma che in val Baganza.
Da una pulizia doverosa degli alvei si è passati al taglio indiscriminato della superficie boscata che trattiene le sponde.
La stessa situazione verificatasi nel Bolognese, lungo le sponde del torrente Savena, 50 mila piante abbattute.
Evviva la biodiversità.

Giuliano Serioli
24 gennaio 2016

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

venerdì 8 gennaio 2016

La giunta di Felino e l'osservatorio ambientale

Nell'ultimo consiglio comunale di Felino, il 21 dicembre scorso, la giunta comunale si è espressa sull'osservatorio ambientale.
L'ha fatto tramite il vicesindaco Elisa Leoni, dando assenso formale alla richiesta dei cittadini arrivata all'amministrazione.
L'Osservatorio Ambientale è stato richiesto con una una petizione sottoscritta da 244 adesioni, in relazione alla presenza sul territorio di un impianto a biomasse.


Malfunzionante fin dall'inizio, la popolazione è fortemente preoccupata per gli odori e le probabili
emissioni nocive che ne fuoriescono.
Già dall'8 aprile 2014 il Consiglio Comunale si era espresso per tale osservatorio, ma la giunta non aveva dato alcun seguito. Ora ripete la sua adesione senza volerne discutere i contenuti con chi l'ha presentata e con la stessa opposizione in Consiglio che l'ha sostenuta.
Non se ne preoccupa minimamente.
Non si interroga su quale rappresentanza di cittadini debba partecipare come posseditrice di interessi.
Oltre agli organi competenti, Asl e Arpa, c'è il Comitato del Poggio da anni attivo sul problema.
Ma il comitato non viene considerato.
Ancor meno sarà invitata Rete Ambiente Parma che la Lori, autrice effettiva della variante edilizia, ha bollato come propagatrice di paure ingiustificate.
Nemmeno si chiede con quali modalità di funzionamento e tempi di realizzazione si possa giungere al monitoraggio delle emissioni e valutare il da farsi.
La giunta stessa, d'altra parte, ha appena approvato una variante urbanistica in cui si prevede la possibilità che vengano costruiti nuovi impianti alimentati da fonti di energia rinnovabile presso
stabilimenti produttivi del settore agroalimentare con particolare riferimento ad impianti alimentati genericamente da grassi di origine animale.
"Art 11.19 Impianti tecnici (U.19): alla norma vigente si aggiunge che gli impianti per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti e per la valorizzazione dei residui di lavorazione artigianale ed industriale quando realizzati da soggetti privati dovranno utilizzare esclusivamente materie prodotte dall'attività insediata per la quale l'impianto viene realizzato..."
Dicendo di limitarsi ad usare prodotti propri delle aziende, ne autorizza di fatto la combustione.
E' il via libera ad altri impianti a biomasse animali simili a quello esistente.
La giunta di Felino, unica in tutta la Food Valley, non si preoccupa della sostenibilità ambientale della combustione di biomasse.
Ha messo addirittura la combustione del grasso nel suo PAES, come fonte rinnovabile di energia.
Il solo Comune ad averlo fatto.
Perché dovrebbe davvero impegnarsi a dar vita ad un osservatorio ambientale?
Perché permettere ai cittadini di pesare le emissioni nocive degli impianti che ha autorizzato e che ha ancora intenzione di autorizzare?
Non ha neanche permesso che se ne discutesse in Consiglio.
L'osservatorio ambientale? Sono più urgenti le elezioni amministrative!

Giuliano Serioli
8 gennaio 2016

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

lunedì 28 dicembre 2015

Le inspiegabili morti del 2015

Nel 2015 il numero di morti nel nostro Paese è salito dell'11,3%.
Come durante la guerra.
In un anno ci sono stati 67mila decessi in più rispetto al 2014.
«Si è passati cioè da una media di meno di 50 mila al mese a una di oltre 55 mila. Il numero è impressionante. Ma ciò che lo rende del tutto anomalo è il fatto che per trovare un’analoga impennata della mortalità, con ordini di grandezza comparabili, si deve tornare indietro sino al 1943 e, prima ancora, occorre risalire agli anni tra il 1915 e il 1918», scrive il professor Blangiardo.


Nel 2013 e nel 2014, tra l’altro, il numero dei morti era calato, ma sempre di poco: mai si erano raggiunte percentuali in doppia cifra.
Pare che gli incrementi maggiori siano in gennaio-febbraio-marzo: rispettivamente 6.000-10.000-7.000 in più. Una correlazione, quindi, tra mesi freddi e crescita dei numeri. Mesi in cui ci si riscalda di più nelle abitazioni.
Qualcuno ha ipotizzato come causa l'influenza per gli anziani per il fatto che molti non si sono vaccinati causa un allarme infondato sui vaccini.
Ma tutti convengono sia impossibile che una malattia stagionale abbia prodotto quei numeri.
I dati regione per regione ci diranno di più.
Se i numeri si riferissero in gran parte al Nord Italia, sarebbe evidente l'influenza del grave inquinamento atmosferico della Pianura Padana.
Ma, anche fosse, perché quest'anno e non anche i precedenti?
Un bel mistero, ancora più fitto se i numeri fossero sparsi un po' in tutte le regioni.
Come Rete Ambiente Parma arriviamo ad ipotizzare che tra le cause ci sia l'accumulo di benzopirene ed ossidi di azoto dovuti al ritorno massiccio al riscaldamento domestico a legna a partire dal 2008, anno della crisi economico-finanziaria, ed allo sviluppo abnorme delle centrali a cippato di legna soggette a finanziamenti ed incentivi pubblici.
La scorsa estate avevamo mandato una richiesta all'Usl. Volevamo conoscere i dati delle morti per tumore o per malattie polmonari della nostra fascia montana. Ci erano arrivate, infatti, notizie di rilevanti decessi per tumore dai paesi della fascia più elevata del nostro Appennino
Il dott. Impallomeni ci aveva risposto così. "Le rispondo per dire che non abbiamo ignorato la sua sollecitazione, che contiene alcuni spunti interessanti da approfondire. Per questo stiamo controllando i dati sui consumi di combustibile disponibili nei censimenti periodici, i dati sulla qualità dell'aria disponibili (ARPA) e quelli di mortalità. Come sempre suggerisco cautela nel fare valutazioni sull'associazione tra esposizioni ambientali e dati di salute perché nascondono insidie interpretative che devono essere affrontate usando metodi di analisi dati consolidate. Ci siamo quindi presi un po' di tempo (purtroppo non ne abbiamo molto dovendolo dedicare alle attività di routine del Servizio di Igiene e Sanità Pubblica) per fornire una risposta sufficientemente corretta e completa, con l'aiuto di una collega borsa di studio, che legge per conoscenza”
L'incontro con la borsista si è rivelato una inutile formalità.
E' di questi giorni la decisione della giunta Pisapia a Milano di interdire l'uso dei caminetti a legna in città. Dichiarando che il loro effetto è di produrre il 22% del totale di polveri sottili.
Stante la situazione gravissima dell'aria nel nostro paese e gli sforamenti continui dal limite massimo di 50 milionesimi di grammo per m3, urgono provvedimenti decisi ed urgenti, simili a quelli presi a Milano da Pisapia. Sappiamo che a produrre le polveri sottili nei mesi invernali sono per 1/3 il riscaldamento delle abitazioni, per 1/3 il traffico automobilistico e per 1/3 le emissioni industriali. Sarebbe necessario un provvedimento governativo atto ad incentivare l'acquisto di auto a GAS, metano e gpL. Sarebbe urgente cambiare il parco nazionale dei mezzi pubblici, rottamando quelli a benzina e gasolio. Incentivare l'acquisto di auto elettriche è un mantra ormai rituale, trova poco riscontro negli investimenti delle case automobilistiche ed è destinato ad un futuro non immediato. Ma soprattutto si impone la disincentivazione dei cogeneratori a biomasse, cippato di legna, grasso animale e colza, che sono i maggiori produttori di particolato carbonioso e di ossidi di azoto.
Occorre ripensare quindi la sostenibilità ambientale delle fonti rinnovabili di energia, sviluppando di più le pompe di calore ed il risparmio energetico delle abitazioni che darebbe maggior impulso all'edilizia.

Giuliano Serioli
28 dicembre 2015

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

mercoledì 9 dicembre 2015

Citterio

Il buio dentro il camino

Coinvolto in giudizio da Citterio Spa in merito a mie pubblicazioni relative al suo cogeneratore sito in Poggio Sant'Ilario, finalizzato alla rimozione delle stesse, al fine di proteggermi da eventuali richieste risarcitorie, ho sottoscritto accordo transattivo con la stessa Citterio in cui mi impegno a ritirare dal sito quanto da me scritto e a rinunziare per il futuro ad occuparmi del cogeneratore di Citterio.


Giuliano Serioli
9 dicembre 2015

Rete Ambiente Parma
per la salvaguardia del territorio parmense

giovedì 3 dicembre 2015

Conferenza di Parigi, le BigOil e la CO2

Si verrà a capo di qualcosa alla Conferenza sul clima di Parigi, cominciata a fine novembre?
Se non fosse che la gente muore d'inquinamento ci sarebbe da ridere.
Le grandi potenze industriali, USA e Cina, hanno preso solo impegni di facciata.


Parlano di dimezzamento delle emissioni di CO2 da qui a vent'anni.
L'industria è abituata a considerare gratuito l'uso delle risorse naturali: acqua,suolo ed aria sono sempre stati gratis.
Il costo del loro inquinamento viene messo in conto alla sanità pubblica ed alla depurazione delle acque e delle falde acquifere, costi a carico dei cittadini.
L'inquinamento causato non fa parte del prezzo dei prodotti, ma viene semplicemente girato in bolletta e sui ticket sanitari.
C'è in realtà anche una dichiarazione nuova: “Le emissioni di CO2 devono avere un costo”.
A sostenerlo non è un gruppo ambientalista, ma gli amministratori delegati di 43 multinazionali con un fatturato complessivo di 1.200 miliardi di dollari di ben 150 Paesi, all'interno dei una lettera indirizzata al segretario ONU.
Aziende tra cui Gaz de France ed Enel: un paradosso?
Queste aziende potrebbero essere accusate di eccesso di inquinamento per il largo uso di carbone nella produzione di energia elettrica.
Probabilmente hanno capito che aria tira a livello europeo e hanno deciso di uscire da questa dipendenza.
Perché il business del futuro sembra andare nella direzione delle biomasse.
Bruciarle per ricavare elettricità “pulita”, e in tal modo far pagare il conto a chi è rimasto indietro, i concorrenti che si servono ancora del carbone (Cina, India ed USA).
Il costo della CO2 che propongono di far pagare agli altri è, di fatto, una dichiarazione di guerra economica.
Ma l'elettricità ricavata dalla combustione di biomasse è davvero “pulita” come si sostiene?
La combustione di materia organica porta alla formazione massiccia di particolato carbonioso. Quella da grassi animali ancora di più: “Attenzione" dice Parma Report "gli impianti a combustione che utilizzano grassi animali vengano classificati come impianti che producono energia rinnovabile. In pochi sanno che il processo prodotto da questo genere di impianti (biomasse, cogeneratori) produce delle emissioni nocive e tossiche (nanopolveri, benzopirene). Una produzione di rinnovabile pericolosa per la salute e l’ambiente. A chiarirlo una vasta letteratura scientifica in merito" (Parma Report 30.11.2015).
Il particolato carbonioso, inoltre, può andare ad ostruire i condotti di scarico delle camere di combustione delle centrali, depositandosi su iniettori e valvole. Questo residuo può contenere composti corrosivi pericolosi per le superfici stesse dei motori (zolfo, fosforo).
Il particolato carbonioso può essere considerato dannoso sia per l'ambiente che per la salute umana.
In quanto sottoprodotto di quasi tutti i processi di combustione è un componente molto diffuso dell'atmosfera, in particolare delle zone a maggiore urbanizzazione.
Tali particelle costituiscono la struttura attorno a cui si coagula e si forma lo smog delle aree urbane.
La sua dimensione tipica (dell'ordine del micron) lo pone al di sotto della “soglia di inalabilità”, convenzionalmente posta a 10 µm (PM10), diventando così causa di disturbi all'apparato cardiovascolare e respiratorio.
Tale particolato, inoltre, contiene, nella propria struttura un gran numero di composti organici (ad esempio gli IPA, fortemente indiziati di contenere agenti cancerogeni), ed è stata ormai evidenziata in molte ricerche una stretta relazione tra inquinamento ambientale da particolato carbonioso e morti per cancro.
E' ragionevole costruire impianti a combustione di biomasse e di cippato di legna? Crediamo proprio di no. E' una tecnologia sperimentale, dimentica delle conseguenze per la salute dei cittadini, cresciuta in fretta non tanto per accrescere l'energia da fonti rinnovabili, quanto per accaparrarsi incentivi pubblici.

Giuliano Serioli
3 dicembre 2015

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

martedì 4 agosto 2015

Centrali a biomasse, è allarme benzopirene

L'Italia, in tema di follie, primeggia

A Forno di Zoldo il sindaco ferma l'impianto a biomasse che avrebbe dovuto riscaldare la scuola. "Non sono contrario alle biomasse dice il sindaco" (forse per paura di apparire un sovversivo e dar dispiacere ai potentati) ma, in ogni caso, rendendosi conto che nel suo comune il benzopirene è oltre i limiti massimi e che la collocazione delle scuole a monte dell'abitato con scarsa circolazione d'aria è sfavorevole ha bloccato il progetto.


Ma quanti impianti a biomasse vengono fatti in Italia senza valutare la situazione dell'inquinamento locale solo perché il giro di soldi delle biomasse mette a tacere con i soliti giri di mazzette, favori gli scrupoli dei funzionari, degli amministratori, dei politici?
L'allarme arriva da Belluno, dal Corriere delle Alpi.
Ma il problema è ovviamente generalizzato.
E ovviamente nessuno degli amministratori del nostro Appennino se lo è mai posto.
Sull'argomento, Federico Valerio, noto chimico genovese che si occupa di problemi ambientali afferma: “le campagne di misura effettuate nel 2014 nel trentino hanno confermato quanto temevamo: superamento dei limiti di legge per polveri sottili e benzopirene emessi prevalentemente dalla combustione della legna sia a livello famigliare che industriale. Ora ci sono tutti i presupposti per misurare, in modo mirato, i danni alla salute che gli incentivi alle biomasse legnose hanno prodotto sulle popolazioni esposte”.
La Provincia autonoma di Trento si era opposta nel 2005 alla mega centrale a cippato di Enego, da allora però ha autorizzato decine di impianti a cippato di legna. Deve aver maturato la certezza che questi impianti non costituiscano alcun pericolo. Prova ne sia la localizzazione in Trentino Alto-Adige di un centinaio di queste centrali (con una potenza media di poco superiore al MW) senza aver mai operato analisi epidemiologiche.
A Bolzano non ne parlano perché l'ente pubblico non cerca e non trova gli inquinanti.
Anzi si tessono le lodi della settantina di impianti a biomassa altoatesini senza chiedersi come mai ne abbiano realizzati così tanti, di cui almeno il 40% si rifornisce di combustibile da fuori confine.
Quali sono i limiti del benzopirene a livello comunitario?
La normativa indica 1 nanogrammo per ogni Nm3 di emissioni.
Per il benzopirene l'allarme è a Feltre, per il quarto anno consecutivo maglia nera del Veneto.
La colpa è soprattutto delle stufe a legna, ma anche dei processi di combustione industriale.
Il benzopirene è l'elemento critico e nel Feltrino i dati emersi nel 2014 superano quelli medi dell'intero Veneto: a fronte del limite imposto per legge qui si registra una concentrazione di 1,6.
A Mezzano “la concentrazione media registrata, pari a 4,5 ng/m3, risulta superiore al valore obiettivo e pari a circa 4,5 volte il valore misurato nello stesso periodo presso la stazione di monitoraggio di Trento Parco S. Chiara”.
L’analisi di questi dati ha fatto emergere chiaramente che “la combustione della biomassa è responsabile della quasi totalità del PM10 misurato a Mezzano, e tale fonte è presente durante tutto l’anno” e che “l’impatto delle altri fonti emissive, come il traffico veicolare e l’erosione crostale, risulta quasi trascurabile rispetto al totale evidenziato”.
A Bolzano siamo attorno quota uno, ormai da 4 anni. A Laces, ad esempio, i valori medi sono compresi tra 2 e 3 nanogrammi per metro cubo. E qualche volta è stata superata quota 3.
Il ritorno massiccio alla legna è fortemente inquinante, nocivo per i nostri bronchi (ossidi di azoto e polveri sottili).
Di più, è pericoloso e cancerogeno ( benzopirene).
Bruciare legna a livello industriale in centrali a cippato è pura follia.
Ma l'Italia, in tema di follie, è al top.

Giuliano Serioli
4 agosto 2015

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

martedì 26 maggio 2015

La reale funzione del bosco

Una visione che nel nostro Appennino sta inesorabilmente svanendo

Gli indirizzi del nuovo piano regionale forestale dell'Emilia-Romagna ci costringono ad una sfilza di codici, sigle, allegati, acronimi...
Tutto per sentirci ripetere i principi ecologici, paesaggistici, sociali, idrogeologici, di crescita della biodiversità come rituale obbligato.


In realtà il succo del discorso finisce per essere tutto sulla legna da ardere, sulla sua commercializzazione e sulle bioenergie, cioè la combustione di cippato.
Gli stanziamenti da parte della Regione, infatti, vanno solo lì.
Il “riconoscimento dei servizi ecosistemici resi dalle foreste” avrebbe davvero senso se fosse legato ad esempio a fenomeni come l'allagamento della città per l'alluvione del Baganza, per spiegarne le motivazioni e realizzare una seria prevenzione, che parte proprio dal bosco e dalle sue capacità di trattenere le acque meteoriche.
I “servizi ecosistemici” forniti dai boschi sono essenziali per tutto il territorio.
Rappresentano la salvaguardia della biodiversità di flora e fauna, la regimazione e purificazione delle acque, il consolidamento del suolo, la produzione di legname d’opera e di combustibile, la produzione di eccellenze come i funghi, e funzionano come luogo di svago, di ricreazione educativa ed estetica, e infine e soprattutto aiutano la stabilizzazione climatica.
I boschi, infatti, consentono di fissare nella biomassa vegetale l’anidride carbonica atmosferica.
Una tonnellata di CO2 viene sottratta da 18 metri cubi di biomassa legnosa in piedi o all'impianto, come si dice.
Il patrimonio boschivo o forestale svolge un’insostituibile funzione di regolazione climatica che compensa le emissioni dovute all’uso di combustibili fossili prodotti principalmente nelle zone industrializzate di pianura.
Perché dunque non porsi l'obiettivo che a questi “servizi naturali” sia riconosciuto un corrispettivo economico che vada a vantaggio di chi contribuisce al mantenimento dell’ecosistema, come sostiene da anni dall'ingegner Massimo Silvestri?
Come abbiamo visto, coloro che si occupano di foreste, stanno agendo nell’ottica dell’uso delle biomasse forestali come materia da bruciare in sostituzione dei combustibili fossili, mentre ciò che importa sempre più per il nostro territorio è incrementare la funzione di resilienza dei boschi nei confronti dei veleni della pianura padana.
Ciò che importa è la quantità di CO2 che viene stoccata nella biomassa, non quella che viene bruciata.
Le nostre foreste crescono mediamente di 4 metri cubi all'anno per ogni ettaro boscato.
L'accrescimento forestale quindi porta alla fissazione di sempre maggior CO2.
Una volta certificate le risorse forestali perché non venderle come titoli con asta pubblica, conservando intatto l'apparato boschivo accresciuto?
La Regione Piemonte ha dato notizia nel 2013 dei primi interventi di gestione forestale che produrranno crediti tra i 30 e i 35 euro per tonnellata di CO2 vantati dagli operatori forestali, corrispettivi di debiti la cui compensazione viene richiesta, su base volontaria, dagli operatori economici .
Tali interventi verrebbero utilizzati per compensare le emissioni di settori industriali “energeticamente intensivi” ed “obbligati” alla riduzione delle emissioni: cementifici, inceneritori, industrie metallurgiche, industria dell'alluminio.
Una valorizzazione dei crediti di fissazione di carbonio forestale attorno a 35 €/t di CO2 consentirebbe di compensare il proprietario del fondo con un importo circa eguale a quello che lo stesso riceve da un’azienda di taglio boschivo.
Con la differenza che il bosco rimarrebbero in piedi.
Una tonnellata di CO2 corrisponde circa a 14 tonnellate di legna in piedi che, se tagliata al prezzo corrente di 6,5 euro/t., darebbe circa 70 euro, cioè il doppio di quanto verrebbe pagata da chi acquista il bosco per tagliarlo e di cui la metà andrebbe al proprietario del bosco stesso.
In tal modo si costituirebbero effettivamente consorzi di proprietari di boschi, ora esistenti solo sulla carta, in grado di sviluppare una corretta pianificazione delle utilizzazioni boschive, lasciate ora al taglio selvaggio ed indiscriminato.
I proventi andrebbero a coprire l’insostituibile funzione ecologica che questi territori montani, economicamente marginalizzati, hanno nella compensazione degli squilibri apportati all’ambiente dalle zone industrializzate, restituendo loro dignità e valore e fornendo una concreto sostegno al loro sviluppo turistico-commerciale.
Uno scenario che nel nostro Appennino sta inesorabilmente svanendo.

Giuliano Serioli
26 maggio 2015

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense