"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)

lunedì 14 aprile 2014

Monchio comune virtuoso? Qualche dubbio viene

C'erano proprio tutti sabato scorso a Monchio all'inaugurazione del teleriscaldamento e della cogenerazione di elettricità della centrale a cippato.
Patrizia Maestri, deputato: “Per uscire dalla crisi sono necessari esempi virtuosi”.
Giorgio Pagliari, senatore: “Con questo progetto Monchio trasmette un segnale di rinascita”.
Ma più significative di tutte sono state le parole di Simonetta Saliera, vicepresidente della regiome Emilia Romagna: “Un progetto ambizioso che porta Monchio ad una dimensione più alta nel sistema regionale, con un'amministrazione che non ha avuto paura di metterci la faccia”.
In effetti al sindaco Claudio Moretti non si può certo rimproverare l'impegno.
Ha impiantato un parco fotovoltaico da 1 Mwe, intestato al comune, che ricava dal GSE più di 600.000 euro annui di incentivi pubblici.
Ma l'intesa con l'assessore Ricci di impiegare quei soldi nella ristrutturazione edilizia degli edifici volta al risparmio energetico non è stata mantenuta, e l'assessore è stato dimissionato.
Il sindaco ha preferito investire i proventi nella centrale a cippato da 1 Mwt e nel cogeneratore ORC da 150 Kwe che si è fatto ulteriormente finanziare dalla Regione perché il costo totale (centrale, ORC, teleriscaldamento) è lievitato a 1,3-1,4 milioni di euro.
Mica bazzecole.


Come Rete Ambiente Parma avevamo già posto al sindaco alcune domande.

La normativa regionale per le emissioni di polveri prevede un limite di 100 mmg per m3.
Quali sono quelle della centrale? Si è provveduto a monitorarle?
La centrale a cippato non ha nessun filtro per abbattere le emissioni nocive.
Il filtro a multiciclone serve solo a raccogliere le ceneri volanti, non altro.
Si rischia che a sostituire le stufe delle case sia un procedimento industriale ancora più inquinante.
AIEL, l'azienda produttrice della caldaia della centrale ma che produce anche stufe a pellet, dice che una moderna stufa a pellet o mista pellet-legna ha emissioni di 45 mmg per m3, mentre per quelle
della centrale afferma che vanno da 75mmg a 150 mmg per m3.
Quindi potrebbero anche superare il limite massimo e che in Europa è già di 30 mmg.
Tutto dipende da cosa si brucia.
Ma se il cippato ha elevata umidità ed è ricavato da ramaglie, la combustione peggiora e si hanno maggiori emissioni.
Il rischio è che l'aria di Monchio non sia più salubre.

Dire che la centrale fa cogenerazione è improprio.
D'inverno brucia per produrre il calore necessario per il teleriscaldamento e con la bella stagione brucia solo per produrre energia elettrica.
Ma l'efficienza (dichiarata dal sindaco medesimo) è solo del 10%, cioè su 100 quintali di legna bruciati, 10 quintali servono a produrre elettricità e 90 quintali producono calore che viene disperso in aria. E' tutta CO2 che va in sù. Pochissima elettricità e molta legna bruciata.
Il sindaco dice 18.000 quintali annui, la nostra stima è 25-30.000 quintali.
Significa che ogni anno debbono essere tagliati 25-30 ettari di boschi.
Ha senso tagliare così tanto per produrre così poco?

Il teleriscaldamento riguarda 5 edifici comunali e circa 30 famiglie di Monchio paese.
E' giusto che tutti quei soldi della collettività siano stati spesi per così pochi?
E' giusto che tutti gli altri borghi e frazioni del comune non abbiano alcun beneficio da tale investimento?
Sarebbero bastati la metà di quei soldi per dotare gratuitamente tutte le famiglie di tutti i borghi e frazioni del comune di moderne stufe a pellet o a legna con basse emissioni ed elevata resa calorica.
Non è una scelta di giustizia, è una scelta di immagine.
Forse il profilo alto di Monchio nei piani regionali, cui si riferisce la Saliero, è proprio perché ha un ruolo di battistrada nel produrre elettricità bruciando legna.

Un progetto folle, vista l'efficienza quasi nulla del sistema.

giovedì 3 aprile 2014

I fumi di marzo

Si chiude un mese da dimenticare per l'aria dell'Emilia Romagna.
Con 88 sforamenti complessivi è il peggiore dall'inizio dell'anno.
I giorni sopra la quota di precauzione (40 µg/m3) sono stati 132.
A Parma stiamo per tagliare il traguardo dei 35 giorni di sforamento consentiti in un anno intero: solo che li abbiamo consumati in 3 mesi, 32 gli sforamenti sino ad oggi oltre il limite dei 50 microgrammi per metro cubo di aria, 48 i valori oltre la soglia di attenzione.
Complessivamente, in tre mesi i valori regionali sono andati fuori limite 192 volte, mentre 314 valori hanno superato la soglia di attenzione.


Sul banco degli imputati le emissioni da traffico veicolare, su tutti i motori a gasolio, le emissioni di tipo industriale tra cui ovviamente gli inceneritori, le caldaie domestiche.
Il Nord industrializzato produce una imponente quantità di veleni che se non rimescolati in aria dalle correnti atmosferiche stazionano anche per giorni e giorni sulle città.
L'intero bacino padano si trasforma così in una enorme camera a gas molto democratica, dove tutti respirano la stessa aria, anche purtroppo gli incolpevoli come bambini e anziani.
Le polveri sottili dichiarate cancerogene di classe 1 dall'Oms lo scorso ottobre, sono responsabili di un numero sempre maggiore di decessi oltre che causare incrementi di malattie legate all'apparato respiratorio ma anche a quello cardio vascolare.
Sono 14 i morti al giorno per traffico nelle grandi città, 14 mila il totale annuo.
Un terzo delle morti tra i giovani sono causate dal fattore ambientale.
L'esposizione alle polveri sottili causa in Europa la morte di 13 mila bambini nella fascia 0-13 anni.
Sono numeri da brividi, una vera e propria ecatombe alla quale però non sembra siano in vista decisioni drastiche e risolutive.
Preso atto della causa effetto esposizione-malattia dovrebbero scattare contromisure in grado di abbassare le soglie dei veleni a cui ci esponiamo ogni giorno.
Decisioni shock per situazioni shock.
Una grande rivoluzione dovrebbe coinvolgere tutto il mondo produttivo.
La tecnologia è già di grado di affrontare e risolvere il problema dell'inquinamento.
Manca però la volontà politica e uno sguardo al futuro.
Sempre più nero.



sabato 29 marzo 2014

Bioenergie, davvero sostenibili?

Il grande bluff dei Paes

I cosiddetti comuni virtuosi si ergono paladini, a parole, dello sviluppo delle energie rinnovabili.
Ma l'effettiva sostenibilità di queste per l'ambiente e per la salute dei cittadini è tutta da dimostrare.
Alcuni comuni come Montechiarugolo, Neviano e Monchio hanno effettivamente realizzato impianti fotovoltaici di cui sono proprietari e da cui ricavano incentivi pubblici da investire in opere per i cittadini.
Ma mentre Montechiarugolo ha anche investito nell'illuminazione a led per il risparmio energetico, Monchio e Neviano si sono distinti per la costruzione di centrali termiche a cippato mancanti di filtri, con emissioni nocive ed fruibili solo da pochi cittadini.


Diverse amministrazioni hanno già presentato ai cittadini il Paes (piano di azione energie sostenibili), con il sostegno di qualche professore d'università, le famose competenze.
Qualcuno di questi (Setti dell'università di Bologna) ha storto il naso venendo a sapere che il comune in cui parlava (Felino) aveva già messo in cantiere la possibilità di bruciare grasso animale o cippato di legna per produrre energia elettrica.
Poi ha glissato, progetto già scritto e tanti saluti all'amico (?) ambiente.
In realtà nei Paes è stato inserito un po' di tutto.
Sia perché sono arrivati a cose già fatte, dopo che la speculazione si era già fatta in quattro per avere permessi come a Trecasali, Palanzano, Felino, Langhirano, Lesignano e a Noveglia di Borgotaro; ma soprattutto perché quelli del Paes non sono progetti concreti, ma solo piani teorici campati per aria, che chissà se verranno mai realizzati.
Intanto però si fa bella figura e ci si mostra con il petto gonfio.
Nei Paes c'è l'energia del fotovoltaico, ma dove sono stati costruiti tali parchi spesso l'energia non viene utilizzata e, ancora peggio, non viene ricavano nulla dagli incentivi, girati alle aziende costruttrici o alle finanziarie che hanno messo i soldi.
Nei Paes c'è l'eolico, anche se di eolico nella nostra provincia non se ne farà mai.
Nei Paes c'è il risparmio energetico, anche se progetti comunali ad esempio per isolare termicamente gli edifici non se ne conoscono.
Nei Paes c'è l'energia termica dal cippato di legna, per riscaldare condomini, di cui non esiste alcun esempio,
Nei Paes c'è il biogas dalle deiezioni animali e scarti agricoli, per produrre energia e biometano, ma una sola centrale a biogas da liquami, di soli 60 Kw, è attiva a Basilicanova, e del progetto per la connessione del biometano alla rete neanche l'ombra.
Del fotovoltaico non parla più nessuno, gli incentivi ormai sono finiti.
Dell'eolico meglio non parlare più, almeno dalle nostre parti, perché la gente di montagna si è giustamente ribellata alla cementificazione delle vette e dei crinali, con le finanziarie pronte a ghermire gli incentivi.
Restano le bioenergie, di cui si è parlato sabato scorso a Traversetolo.
Sono le centrali a combustione di biomasse e centrali a biogas.
Il bacino padano sopravvive sotto una cappa di polveri e di inquinanti.
Qualsiasi processo industriale di combustione che si aggiunga a quelli già esistenti è un assurdo nei termini, perché andrebbe ad aggiungere altri inquinanti in una zona già rossa.
Lo ha detto a chiare lettere Eriberto De Munari, direttore provinciale di Arpa, riferendosi all'inceneritore a grasso animale voluto a Felino da Citterio, in realtà mai avviato, ma approvato dal comune e della Provincia.
E' la stessa Provincia che ha voluto ad ogni costo l'inceneritore di Ugozzolo, per la fortuna di Iren, che si prende la sua fetta di profitti bruciando rifiuti, oggi locali, domani da ogni parte d'Italia.
E' la stessa amministrazione provinciale che ha rinnovato a Laterlite (Fornovo), l'autorizzazione a bruciare oli esausti d'acciaieria (veleni pericolosi) al posto del metano.
Solo la determinazione del comitato Giarola-Vaestano ha finora impedito che sorga a Palanzano un gassificatore da 1 Mwe, che brucerebbe più di 10 mila tonnellate di legna ogni anno.
Solo la forza del comitato di Trecasali ha impedito ad Eridania di impiantare un inceneritore a cippato di legna da 15 Mwe, che avrebbe bruciato più di 130 mila tonnellate di legna ogni anno.
Sono numeri che parlano da sé.
Nonostante tutto ciò, Regione, Provincia e sindaci vogliono impiantare in montagna una serie di centrali a combustione di cippato (otto già funzionanti o in costruzione), senza che sia installato alcun filtro per le emissioni, spacciando il multiciclone, che raccoglie solo le ceneri volanti, come sistema filtrante.
Queste centrali bruciano cippato fresco e manifestano quindi una cattiva combustione, producendo il doppio di emissioni delle moderne stufe a legna o a pellet (fonte Aiel).
Produrre energia elettrica bruciando legna è un'assurdità energetica perché l'efficienza è ridicola: dal 10% (come Monchio) al 15%.
Anche bruciare legna a livello industriale per produrre calore è una scelta errata.
Piccoli impianti non possono sopportare il costo dei filtri delle grandi centrali, come in Alto Adige. Si va così a sporcare una delle poche risorse della montagna, l'aria pulita.
Si crea un'ingiustizia sociale: i soldi della comunità vanno a vantaggio di pochi.
Una potente lobby di industriali investe e fa ricerca solo nella combustione dei rifiuti e delle biomasse.
Hera, A2A e Iren con i loro inceneritori, Termoindustriale con i motori endotermici per i cogeneratori, Aiel con le sue caldaie industriali a cippato e poi gassificatori, pirogassificatori, una rosa di mostri ammazza ambiente.
Una scelta a senso unico, indipendente dall'opinione della gente e dall'esigenza di rispettare l'ambiente. Una lobby che indirizza le scelte del Governo del paese, delle Regioni, delle amministrazioni locali, che uniformano le normative delle emissioni nocive ai livelli tecnologici raggiunti dai loro impianti.
Esiste un'altra via.
La pianura padana ha una quantità enorme di allevamenti industriali.
Le deiezioni costituiscono un grave problema per i suoli e le falde acquifere.
Centrali a biogas che digestino liquami produrrebbero una energia rinnovabile davvero sostenibile come il biometano. Biometano da autotrazione, ma soprattutto da mettere in rete, collegata a quelle già esistenti. Centrali il cui digestato, depurato dell'ammoniaca in eccesso, costituirebbe un ammendante naturale per i suoli agricoli e potrebbe sostituire i concimi di sintesi, ricavati chimicamente dal petrolio e dai suoi derivati.

Giuliano Serioli
28 marzo 2014

Rete Ambiente Parma

lunedì 24 marzo 2014

L'immobilismo della politica

Sono passati 4 mesi da quando Arpa, Ausl e Provincia hanno dichiarato pubblicamente, durante l'ultima seduta dell'Osservatorio pubblico, che grandi passi in avanti erano stati fatti nel monitoraggio e controllo dell'attività di co-incenerimento di rifiuti pericolosi che Laterlite esegue a poche decine di metri dall'abitato di Rubbiano.
Il direttore di Arpa, De Munari, aveva prefigurato rigorosi controlli delle condizioni di inquinamento dell'aria in tutta l'area (Rubbiano, Ramiola, Fornovo, Varano).
Inoltre Arpa si era anche impegnata ad approfondire il problema della mutagenicità delle emissioni del co-inceneritore.


Le ultime analisi eseguite hanno infatti confermato che l'acqua di condensa al camino è mutagena, cioè in grado di indurre modifiche al DNA vivente. Non proprio bazzecole.
Come da relazione conclusiva e da invito della Provincia, ci saremmo aspettati un approfondimento di questo problema, nuove analisi, nuove ricerche. Purtroppo rimaniamo in attesa.
Il responsabile di Ausl, Impallomeni, nella stessa occasione aveva presentato una bozza di indagine epidemiologica, giudicata un grande passo avanti nello studio delle condizioni sanitarie,
da cui comunque, emerge un tasso di mortalità dovuto a patologie tumorali per nulla trascurabile e quindi bisognoso di studio e ulteriore approfondimento considerata la delicatezza dell’argomento!
Vogliamo sapere quali sono le condizioni di salute dell'ambiente e delle persone che vivono su questo territorio.
Vogliamo sapere se a Rubbiano e dintorni si muore e ci si ammala di più o di meno che altrove.
Il prologo sulla questione ambientale e sanitaria offerto da Arpa e Ausl è incoraggiante, ma non sufficiente, la ricerca e l’approfondimento devono proseguire.
Non ci basta il lavoro fin qui svolto.
Vogliamo vedere i dati di mortalità per classi di età, le statistiche delle patologie cardio-vascolari e respiratorie, le malattie dei bambini, le malformazioni.
Questi sono gli effetti che la letteratura certifica come primi segnali da cogliere in aree con problemi di inquinamento ambientale.
Vorremmo sapere se l'Ausl intende procedere nell’interpretazione dei dati e nell’approfondimento della situazione sanitaria.
Di questi giorni il sequestro della Tirreno Power di Vado Ligure, impianto che le indagini hanno confermato aver causato tra il 2000 e il 2007 la morte di oltre 400 persone.
Di poche settimane fa la richiesta di condanna per i funzionari di Enel che gestivano la centrale di Porto Tolle.
Questi impianti certificano il fallimento di un sistema di controlli e autorizzazioni, superficiali, tardivi ed inefficienti ed è per questo che a gran voce chiediamo di proseguire negli approfondimenti dello studio epidemiologico e sanitario, affinché nulla sia trascurato, affinché si verifichi in modo serio le condizioni di un territorio dove la presenza industriale è molto ingombrante e conta numerose fonti emissive.
Chiediamo agli enti di fare un passo in avanti, di convocare l'Osservatorio, di aggiornarci sui progressi fatti nel monitoraggio dell'inquinamento.
La politica batta un colpo, i sindaci Bonazzi, Grenti, Bianchi e Bassi si facciano interpreti delle richieste della popolazione: certezza sulla salute e salubrità del territorio.
Sono priorità assolute che non possono essere relegate in secondo piano, subalterne alla disponibilità di tempo e risorse.
La politica stabilisca una scala di priorità, se sia più importante tagliare nastri o valutare le condizioni ambientali e sanitarie di un territorio.
Crediamo che la difesa dell'ambiente debba essere il primo punto di riferimento per tutti gli amministratori, aldilà dei partiti e delle appartenenze.
Ma abbiamo l'impressione che non per tutti sia così.


Comitato Rubbiano per la Vita
24 marzo 2014

sabato 15 marzo 2014

Tagli e loro conseguenze

Qui si vede il massiccio del Caio,  verso Palanzano. Taglio su pendenza del 70% con evidente trasformazione di sentiero in carraia per trasporto legna con mezzi pesanti.
Il versante è totalmente denudato e, data la sua ripidità, il dilavamento delle acque asporterà anche il suolo.

Stessa zona, il Caio prospiciente Palanzano. Panoramica dei tagli, ben tre alla stessa altezza.

Caio, oltrte Palanzano. Taglio su versante con pendenza del 60% e sentieri diventati strade a risalire.

Propaggini est del  monte Fageto. Taglio con aratura del terreno e carraia trasformata in strada camionale. Pendenza del 40%, rilascio matricine troppo esili per resistere alle intemperie.

Direttamente sopra la strada che porta a Palanzano,poco oltre Selvanizza. Esempio di come il taglio generalizzato possa innescare una frana di scivolamento e  minacciare una strada,in questo caso direttamente la Massese.

Visione allargata dei tagli su parte del  Caio.

Lato est del Caio, tra Selvanizza e Palanzano. Serie di tagli rasi su circa il 50% della superficie boschiva. Notare come quello più elevato e vasto sia direttamente sotto i contrafforti delle marne stratificate del Caio. Col dilavamento del versante, è una situazione capace di innescare una frana nelle marne medesime.

Vista allargata della medesima situazione.

A lato della stessa formazione marnosa del Caio, altro taglio massiccio. Pendenza del 50%, sentieri trasformati in strade a risalire il versante stesso.

Stesso punto di prima, in modo più ravvicinato. Il denudamento del versante è pressoché totale.  Le conseguenze di dilavamento ed asportazione di suolo saranno in futuro disastrose.

Vallecola nei contrafforti ripidi del Caio sopra Selvanizza. Tagli sconsiderati a risalire che trasformeranno il rio medesimo in un torrente distruttivo

Particolare della foto precedente, in cui si vede come il taglio abbia già innescato la frana sulla  Massese tra Selvanizza e Palanzano.

Zona di Vaestano, val d'Enza. Ettari di bosco spariti e sentieri diventati strade.

Lungo la strada della val d'Enza. Taglio raso con matricine, anche se sembrano "sprocchi" e non piante. A quando l'interruzione della strada per frana?


Stesso posto. Visione allargata e devastazione aumentata.

Foreste, De Profundis targato Emilia Romagna

Leggere gli indirizzi del piano regionale forestale è una sfida di resistenza.
Uno slalom interminabile di 23 pagine, dove è un continuo rimandare a codici, sigle, allegati, acronimi...
In sostanza il piano forestale regionale si ammanta in modo etereo e vago di principi ecologici, paesaggistici, sociali, idrogeologici, di crescita della biodiversità per puntare poi principalmente alla valorizzazione della legna da ardere, alla sua commercializzazione ed alle bioenergie, cioè alla combustione di cippato.


Nel piano regionale si possono individuare questi principi.
Il "riconoscimento dei servizi ecosistemici resi dalle foreste".
Ma se i versanti vengono denudati in tutto o in parte, alle prime forti piogge crescerà il dilavamento del suolo, diminuirà l'effetto spugna del bosco e del sottobosco e l'acqua, non più trattenuta, asporterà suolo e humus che dovrebbero permettere la ricrescita del bosco medesimo.
E' così che si intende la funzione ecosistemica del bosco?
Il "contributo delle foreste alla resilienza verso il cambiamento climatico".
Il taglio generalizzato dei boschi non fa diminuire la superficie boschiva, ma fa diminuire la superficie fogliare complessiva.
Che non può più catturare la stessa quantità di CO2 precedente.
Il taglio speculativo, poi, trasforma sentieri in carraie per fare spazio a mezzi meccanici di taglio che, movimentando il suolo, dissequestrando il carbonio ivi trattenuto.
E' questo il contributo alla resilienza che intende la Regione?
La "valorizzazione dei prodotti della foresta, legnosi e non, e loro commercializzazione".
Questo è l'unico principio che la Regione fa diventare fattivo.
Tutti i possibili fondi europei, regionali e provinciali vengono convogliati dalla Regione sul finanziamento di cooperative di taglio e sul finanziamento di centrali a cippato.
Il progetto regionale sulla foresta si va a saldare al mercato speculativo della legna da ardere.
Non c'è alcuna differenza.
Gli effetti della "valorizzazione della foresta" saranno il disvalore della stessa.
L'ecosistema bosco verrà degradato e sarà accelerato il cambiamento climatico.
Un De Profundis per le nostre (sopravvissute) foreste.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
15 marzo 2014

mercoledì 12 marzo 2014

Bardi, uno sguardo su Terzigno

Dall'appennino parmense alle terra dei fuochi, passando per l'Aquila
Il 28 marzo Alessandro Chiappanuvoli presenta a Bardi il suo libro-reportage

Promossa dall'associazione Il Cammino Val Ceno, si svolgerà a Bardi, al teatro Maria Luigia, ore 21, il prossimo 28 marzo la presentazione del libro-reportageLacrime di poveri Christi”, dell'autore aquilano Alessandro Chiappanuvoli.
Terzigno, comune di 17 mila abitanti in provincia di Napoli, alle falde del Vesuvio, l'area della Terra dei Fuochi, è salito ai (dis)onori della cronaca per lo scandalo rifiuti, che prima di ogni altra cosa è un dramma umanitario, che sta falcidiando vite umane in tutto il territorio campano.
La fotografia di una Italia perduta, suicidatasi con le proprie mani, martoriata fino allo sfinimento definitivo.


Nel parco Vesuvio la discarica voluta per risolvere i problemi dei rifiuti di Napoli, e dannare gli abitanti di Terzigno, famoso nel mondo proprio per quel vino, Lacrime Christi, ripreso in un gioco di parole dal titolo del libro.
Due gli ospiti della serata di Bardi dedicata al tema rifiuti e a come lo Stato affronta le emergenze, situazioni dove la Camorra non fa mai mancare la propria presenza.
L'autore del libro Alessandro Chiappanuvoli, L'Aquila, 1981, sociologo della multiculturalità, da sedici anni scrive per passione, trattando temi della quotidianità e dedicandosi con particolare attrazione alla poesia. Suoi articoli sono apparsi sul Messaggero, Il Manifesto, Abruzzo 24ore e sul blog di letteratura Nazione Indiana. Nel 2013 ha pubblicatoGolgota, vincitore del premio opera prima dell'Aquila.
Maria Rosaria Esposito, avvocato, terzignese, è attivista in temi ambientali su discariche, inceneritori e centrali a biomassa. E' nata a Benevento nel '65 ma risiede a Terzigno.
Lacrime di poveri ChristiTerzigno: cronache dal fondo del Vesuvio(Edizioni Arkhè 2011) racconta, anche con il prezioso contributo delle immagini di Janos, la crisi del 2010, quando la popolazione si barricò contro Stato e Forze di polizia che volevano aprire l'ennesima discarica.
Cronaca dal di dentro raccontata da uno sfollato del terremoto aquilano che si sente ormai abitante di Terzigno. Cronaca di un eterno conflitto fra le direttive romane e la quotidianità dei cittadini-sudditi.
Il contributo di Maria Rosaria Esposito sarà focalizzato sul baratro apertosi tra potere centrale e cittadinanza, tra doveri imposti e diritti negati.
Bardi, accoccolato sullo sperone di diaspro, parrebbe lontano anni luce dalla terra dei fuochi.
Eppure un filo rosso lega i due territori.
E' l'assalto alle finte energie verdi, come le enormi pale eoliche di cui si sta cercando di coprire gli appennini, o le centrali a biomassa, che stanno letteralmente invadendo il territorio, progetti contro i quali si sono attivati diversi comitati di cittadini, che lottano per la salvaguardia del proprio ambiente, come gli abitanti di Terzigno.

Camminare a Terzigno, camminare a Bardi: un orizzonte comune.

mercoledì 5 marzo 2014

La frana di Pietta e le inquietanti ipotesi sul tappeto


E' una immagine d'archivio, dall'alto, attraverso lo strumento Google Earth.
Si vede chiaramente che sotto l'abitato di Pietta c'era un bosco, grandi alberi fitti.
Dovevano essere querce o lecci perché la loro chioma era già verde pur essendo ad inizio primavera, e non a caso il ceduo più sotto era in gran parte ancora grigio.
Bosco di querce che è stato sottoposto a taglio raso nel 2012.
Anche il ceduo di sotto è stato ampiamente tagliato e diradato.
La frana di Pietta si è sviluppata proprio dove è stato effettuato il taglio.
E' come se, non essendoci più copertura alla pioggia battente (l'effetto spugna della copertura fogliare), la massa argilloso detritica del declivio, infiltrata dall'acqua in profondità, fosse scivolata verso il basso lasciando scoperta una nicchia di distacco calcarea, caratteristica proprio della formazione argilloso-calcarea che qui ritroviamo.


*

Ed ecco la disastrosa immagine della frana di Pietta in atto.
In alto è rimasta solo nuda roccia, gli strati calcarei della formazione argilloso-calcarea.
Il bosco di querce e lecci è scomparso, tagliato.
E' stato quel taglio a provocare la frana?
Sicuramente il taglio ha eliminato la copertura di argille detritiche, permettendo alle forti piogge di andare in profondità nella massa stessa.
Si è creato così un piano di scorrimento delle acque in profondità, che forse ha messo in movimento la frana dell'intera massa, diventata incoerente.
Tutti i boschi del ceduo attorno (colore grigio) risultano ugualmente ed estremamente diradati, a testimonianza di un taglio generale e dissennato.
E, per inciso, la Forestale ha denunciato penalmente gli autori dei tagli.
La domanda sorge spontanea.
Nel disastro di Pietta c'è la mano dell'uomo?
Sono domande che ci dobbiamo porre.
Sono dubbi che ci devono scuotere le coscienze e impedirci di dormire la notte.
Se fosse vero che siamo stati noi ad accendere la miccia del crollo, saremmo dei dannati.
Dei killer ambientali senza scrupoli.
Sono ipotesi, certo, ma che davanti ad un occhio esperto si concretizzano avvicinandosi alla realtà.
Non abbiamo ancora trovato amministratori che si pongono queste domande.
Domande ingombranti.
A proposito.
Anche la frana di Boschetto è una frana rotazionale ed anch'essa ha avuto come concausa il taglio di un bosco sotto la strada.
Ovviamente è la quantità di pioggia caduta che ha innescato il movimento, ma tali precipitazioni sarebbero state meno impattanti se a riceverle fossero state delle fitte chiome invece che la nuda terra.

Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma
5 marzo 2014

lunedì 3 marzo 2014

Fedele al bosco

Martedì 11 febbraio, presso la sede del Corpo Forestale di Parma, si è svolto un incontro col comandante provinciale del Corpo Forestale dello Stato Pier Luigi Fedele, al quale ha partecipato anche Rossana Rossi di Libera.
Rete Ambiente Parma ha delineato un quadro desolante del nostro territorio montano.
Tagli massivi e distruttivi del suolo, scriteriati nelle modalità, che si saldano con la forte intensità delle piogge che hanno sostituito la neve anche in montagna.
Come conseguenza i versanti denudati, le strade sfondate, interrotte dalle frane, i borghi isolati e minacciati.
Cosa ne pensa il capo della Forestale?


Sulle modalità di taglio Fedele concorda con alcune criticità evidenziate dalla nostra analisi.
In 5 anni, dal 2009 al 2013, la Forestale ha comminato sanzioni amministrative sul vincolo idrogeologico e sui tagli dei boschi per 220 mila euro elevando circa 300 verbali. Liter amministrativo per il pagamento delle sanzioni, dopo la fase di accertamento e verbalizzazione, non è a carico del Corpo Forestale dello Stato, ma delle autorità amministrative che sono le Unioni di Comuni (Comunità montane) o la Provincia, talvolta le sanzioni di importo non elevato, possono non rappresentare una elevata deterrenza rispetto ai ricavi di un taglio boschivo scriteriato.
La Forestale segnala un incremento delle utilizzazioni boschive negli ultimi anni e in particolare che, a causa della crisi in altri settori (edilizia e movimentazione degli inerti) alcune ditte si sono spostate verso il taglio dei boschi, questo può portare ad utilizzare tecniche operative lontane dal rispetto del bosco e da un suo utilizzo razionale. Non sono le ditte che adeguano strumenti ed attrezzature al bosco e al suo fragile equilibrio, ma è il bosco che deve piegarsi rispetto a tecnologie poco rispettose funzionali solo ad un abbattimento dei costi di utilizzazione.
Spesso si creano micro dissesti idrogeologici, perdita degli orizzonti superficiali, dello strato umifero con perdita di fertilità e innesco di fenomeni erosivi.
Enecessaria una maggior attenzione da parte della pubblica amministrazione dal momento che le fasi di autorizzazione, comunicazione, verifica, controllo, rilevamento degli illeciti, verbalizzazione ed erogazione delle sanzioni sono attribuite ad enti diversi.
Il Corpo Forestale dello Stato è particolarmente attivo nella difesa del bosco e ultimamente ha segnalato alcune situazioni di utilizzo dei boschi che hanno determinato fenomeni di alterazione paesaggistica allAutorità giudiziaria.
Con riferimento ai vasti fenomeni di frane e dissesti idrogeologici attivi in provincia di Parma si è evidenziato come molte delle situazioni derivino da movimenti di grandi proporzioni con piani di scivolamento profondi, che non derivano e che non possono essere sanati dalla presenza del bosco. Evero però che il bosco con la sua azione regimante e di trattenuta e rilascio graduale delle precipitazioni contribuisce grandemente a contrastare i fenomeni di degrado più superficiali. Il bosco è il primo presidio contro il dissesto e il suo utilizzo deve essere in sintonia con il mantenimento di una buona capacità di tutela dei versanti. Non cè forse correlazione diretta, ma in qualche caso tagli boschivi eccessivi possono aver determinato alcuni fenomeni di innesco e di degrado.
Gran parte dei nostri boschi è governata a ceduo, nei decenni passati, grazie alle mancate utilizzazioni, molti si sono evoluti verso cedui invecchiati. 
Eun peccato che questi boschi stiano rapidamente tornando a cedui con ridotte masse legnose, questo determina purtroppo anche ridotte capacità di tutela idrogeologica, ridotto valore naturalistico e ricreativo, scarsità di biodiversità.
Almeno una parte di queste formazioni forestali, come peraltro previsto dalle norme forestali, andrebbe avviato alla conversione all'alto fusto, con una politica di incentivazione che si ripagherebbe nel lungo periodo con i tanti benefici forniti dal bosco daltofusto, che tra laltro fornisce assortimenti legnosi dei quali il nostro Paese è fortemente deficitario.
Insomma la situazione non è certo rosea.
E sono rimasti in pochi a difendere la nostra montagna e i nostri boschi dal profitto senza regole e dall'assalto dissennato e senza futuro. 
La Forestale è fra questi ultimi.

Giuliano Serioli.


Rete Ambiente Parma