"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)

martedì 4 agosto 2015

Centrali a biomasse, è allarme benzopirene

L'Italia, in tema di follie, primeggia

A Forno di Zoldo il sindaco ferma l'impianto a biomasse che avrebbe dovuto riscaldare la scuola. "Non sono contrario alle biomasse dice il sindaco" (forse per paura di apparire un sovversivo e dar dispiacere ai potentati) ma, in ogni caso, rendendosi conto che nel suo comune il benzopirene è oltre i limiti massimi e che la collocazione delle scuole a monte dell'abitato con scarsa circolazione d'aria è sfavorevole ha bloccato il progetto.


Ma quanti impianti a biomasse vengono fatti in Italia senza valutare la situazione dell'inquinamento locale solo perché il giro di soldi delle biomasse mette a tacere con i soliti giri di mazzette, favori gli scrupoli dei funzionari, degli amministratori, dei politici?
L'allarme arriva da Belluno, dal Corriere delle Alpi.
Ma il problema è ovviamente generalizzato.
E ovviamente nessuno degli amministratori del nostro Appennino se lo è mai posto.
Sull'argomento, Federico Valerio, noto chimico genovese che si occupa di problemi ambientali afferma: “le campagne di misura effettuate nel 2014 nel trentino hanno confermato quanto temevamo: superamento dei limiti di legge per polveri sottili e benzopirene emessi prevalentemente dalla combustione della legna sia a livello famigliare che industriale. Ora ci sono tutti i presupposti per misurare, in modo mirato, i danni alla salute che gli incentivi alle biomasse legnose hanno prodotto sulle popolazioni esposte”.
La Provincia autonoma di Trento si era opposta nel 2005 alla mega centrale a cippato di Enego, da allora però ha autorizzato decine di impianti a cippato di legna. Deve aver maturato la certezza che questi impianti non costituiscano alcun pericolo. Prova ne sia la localizzazione in Trentino Alto-Adige di un centinaio di queste centrali (con una potenza media di poco superiore al MW) senza aver mai operato analisi epidemiologiche.
A Bolzano non ne parlano perché l'ente pubblico non cerca e non trova gli inquinanti.
Anzi si tessono le lodi della settantina di impianti a biomassa altoatesini senza chiedersi come mai ne abbiano realizzati così tanti, di cui almeno il 40% si rifornisce di combustibile da fuori confine.
Quali sono i limiti del benzopirene a livello comunitario?
La normativa indica 1 nanogrammo per ogni Nm3 di emissioni.
Per il benzopirene l'allarme è a Feltre, per il quarto anno consecutivo maglia nera del Veneto.
La colpa è soprattutto delle stufe a legna, ma anche dei processi di combustione industriale.
Il benzopirene è l'elemento critico e nel Feltrino i dati emersi nel 2014 superano quelli medi dell'intero Veneto: a fronte del limite imposto per legge qui si registra una concentrazione di 1,6.
A Mezzano “la concentrazione media registrata, pari a 4,5 ng/m3, risulta superiore al valore obiettivo e pari a circa 4,5 volte il valore misurato nello stesso periodo presso la stazione di monitoraggio di Trento Parco S. Chiara”.
L’analisi di questi dati ha fatto emergere chiaramente che “la combustione della biomassa è responsabile della quasi totalità del PM10 misurato a Mezzano, e tale fonte è presente durante tutto l’anno” e che “l’impatto delle altri fonti emissive, come il traffico veicolare e l’erosione crostale, risulta quasi trascurabile rispetto al totale evidenziato”.
A Bolzano siamo attorno quota uno, ormai da 4 anni. A Laces, ad esempio, i valori medi sono compresi tra 2 e 3 nanogrammi per metro cubo. E qualche volta è stata superata quota 3.
Il ritorno massiccio alla legna è fortemente inquinante, nocivo per i nostri bronchi (ossidi di azoto e polveri sottili).
Di più, è pericoloso e cancerogeno ( benzopirene).
Bruciare legna a livello industriale in centrali a cippato è pura follia.
Ma l'Italia, in tema di follie, è al top.

Giuliano Serioli
4 agosto 2015

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

martedì 26 maggio 2015

La reale funzione del bosco

Una visione che nel nostro Appennino sta inesorabilmente svanendo

Gli indirizzi del nuovo piano regionale forestale dell'Emilia-Romagna ci costringono ad una sfilza di codici, sigle, allegati, acronimi...
Tutto per sentirci ripetere i principi ecologici, paesaggistici, sociali, idrogeologici, di crescita della biodiversità come rituale obbligato.


In realtà il succo del discorso finisce per essere tutto sulla legna da ardere, sulla sua commercializzazione e sulle bioenergie, cioè la combustione di cippato.
Gli stanziamenti da parte della Regione, infatti, vanno solo lì.
Il “riconoscimento dei servizi ecosistemici resi dalle foreste” avrebbe davvero senso se fosse legato ad esempio a fenomeni come l'allagamento della città per l'alluvione del Baganza, per spiegarne le motivazioni e realizzare una seria prevenzione, che parte proprio dal bosco e dalle sue capacità di trattenere le acque meteoriche.
I “servizi ecosistemici” forniti dai boschi sono essenziali per tutto il territorio.
Rappresentano la salvaguardia della biodiversità di flora e fauna, la regimazione e purificazione delle acque, il consolidamento del suolo, la produzione di legname d’opera e di combustibile, la produzione di eccellenze come i funghi, e funzionano come luogo di svago, di ricreazione educativa ed estetica, e infine e soprattutto aiutano la stabilizzazione climatica.
I boschi, infatti, consentono di fissare nella biomassa vegetale l’anidride carbonica atmosferica.
Una tonnellata di CO2 viene sottratta da 18 metri cubi di biomassa legnosa in piedi o all'impianto, come si dice.
Il patrimonio boschivo o forestale svolge un’insostituibile funzione di regolazione climatica che compensa le emissioni dovute all’uso di combustibili fossili prodotti principalmente nelle zone industrializzate di pianura.
Perché dunque non porsi l'obiettivo che a questi “servizi naturali” sia riconosciuto un corrispettivo economico che vada a vantaggio di chi contribuisce al mantenimento dell’ecosistema, come sostiene da anni dall'ingegner Massimo Silvestri?
Come abbiamo visto, coloro che si occupano di foreste, stanno agendo nell’ottica dell’uso delle biomasse forestali come materia da bruciare in sostituzione dei combustibili fossili, mentre ciò che importa sempre più per il nostro territorio è incrementare la funzione di resilienza dei boschi nei confronti dei veleni della pianura padana.
Ciò che importa è la quantità di CO2 che viene stoccata nella biomassa, non quella che viene bruciata.
Le nostre foreste crescono mediamente di 4 metri cubi all'anno per ogni ettaro boscato.
L'accrescimento forestale quindi porta alla fissazione di sempre maggior CO2.
Una volta certificate le risorse forestali perché non venderle come titoli con asta pubblica, conservando intatto l'apparato boschivo accresciuto?
La Regione Piemonte ha dato notizia nel 2013 dei primi interventi di gestione forestale che produrranno crediti tra i 30 e i 35 euro per tonnellata di CO2 vantati dagli operatori forestali, corrispettivi di debiti la cui compensazione viene richiesta, su base volontaria, dagli operatori economici .
Tali interventi verrebbero utilizzati per compensare le emissioni di settori industriali “energeticamente intensivi” ed “obbligati” alla riduzione delle emissioni: cementifici, inceneritori, industrie metallurgiche, industria dell'alluminio.
Una valorizzazione dei crediti di fissazione di carbonio forestale attorno a 35 €/t di CO2 consentirebbe di compensare il proprietario del fondo con un importo circa eguale a quello che lo stesso riceve da un’azienda di taglio boschivo.
Con la differenza che il bosco rimarrebbero in piedi.
Una tonnellata di CO2 corrisponde circa a 14 tonnellate di legna in piedi che, se tagliata al prezzo corrente di 6,5 euro/t., darebbe circa 70 euro, cioè il doppio di quanto verrebbe pagata da chi acquista il bosco per tagliarlo e di cui la metà andrebbe al proprietario del bosco stesso.
In tal modo si costituirebbero effettivamente consorzi di proprietari di boschi, ora esistenti solo sulla carta, in grado di sviluppare una corretta pianificazione delle utilizzazioni boschive, lasciate ora al taglio selvaggio ed indiscriminato.
I proventi andrebbero a coprire l’insostituibile funzione ecologica che questi territori montani, economicamente marginalizzati, hanno nella compensazione degli squilibri apportati all’ambiente dalle zone industrializzate, restituendo loro dignità e valore e fornendo una concreto sostegno al loro sviluppo turistico-commerciale.
Uno scenario che nel nostro Appennino sta inesorabilmente svanendo.

Giuliano Serioli
26 maggio 2015

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

lunedì 18 maggio 2015

Citterio mai più

Lo scorso marzo, su sollecitazione degli abitanti del Poggio, avevamo scritto che il cogeneratore Citterio non stava più funzionando da tempo.
Incredibile è stato apprendere, in maggio, che le istituzioni, di questo stop, non ne sapevano nulla.
Solo dopo la pubblicazione dell'articolo infatti, la Provincia ha sollecitato Arpa per una verifica della situazione.
E il 13 marzo Arpa aveva confermato che l'impianto di colatura del grasso era fermo e che anzi il cogeneratore era addirittura sparito.
Solo allora Citterio comunicava che il 5 novembre 2014 era occorso il grippaggio del motore e che solo il 14 febbraio successivo si era provveduto ad inviarlo ad officina specializzata per le opportune riparazioni.


L'azienda comunicava inoltre ad Arpa che l'impianto era rimasto in funzione solo dalle 9,30 del mattino alle 20,30 di sera e, solo da settembre, fino all'1 di notte.
Questo funzionamento a singhiozzo appare singolare perché un cogeneratore dovrebbe funzionare 24 ore su 24 per raggiungere la massima produzione di energia elettrica e quindi ricevere gli incentivi dal GSE e ottemperare alle consegne di energia ad Enel-distribuzione, evitando penali.
Dalla relazione portata in consiglio comunale a Felino dalla funzionaria della Provincia Beatrice Anelli, si è appreso inotlre che nell'autorizzazione si fa riferimento solo a grasso purificato tramite centrifugazione e degommazione, senza alcun trattamento chimico.
Ma il grasso di scarto senza trattamenti chimici brucia male, al punto da portare a corrosione il motore stesso, come infatti è avvenuto.
Da quando l'impianto è stato ultimato, giugno 2013, è probabile che siano state fatte diverse prove di combustione, tutte fallite, per arrivare a mettere in funzione l'impianto solo nel luglio del 2014.
Un impianto finito rimasto fermo per un anno intero per la sua intrinseca incapacità a funzionare.
A che cosa sono servite le relazioni tecniche presentate da Citterio e approvate dalle istituzioni preposte?
Gli sversamenti di grasso occorsi la scorsa estate nel Rio S.Ilario non sono stati casuali, come affermato dall'azienda, ma diretta conseguenza dei trattamenti del grasso con tensioattivi, gli
alchilbenzensolfonati, per rendere combustibile il grasso stesso.
Evidentemente l'acidità totale del grasso da fosfolipidi non permette comunque una combustione efficace, nemmeno con l'aggiunta di urea.
I dati Arpa da monitoraggio a camino non hanno dato valori significativi di emissioni.
Ma arrivano fino al 30 settembre.
Sappiamo che il cogeneratore è grippato il 5 novembre e non ci sono dati proprio nel periodo in cui le emissioni potrebbero essere andate fuori norma.
L'azienda è tenuta a monitorare in continuo le emissioni di NOx (ossidi di azoto), il dosaggio dell'urea ed il funzionamento impiantistico. Dai dati a camino di quel periodo specifico è probabile risultino valori di CO e IPA consentanei al grippaggio.
E' trapelato che è in corso un'istruttoria della magistratura sulla base di un'istanza della Provincia.
Il malfunzionamento del cogeneratore chiama direttamente in causa l'USL per emissioni che si sommano ad altre in una zona già al limite per polveri sottili e diossine.
Se gli impianti che producono energie da fonti rinnovabili non sono sostenibili per l'ambiente e la salute dei cittadini, non si devono realizzare.
Non se ne può sperimentarne l'efficienza e la fattibilità in un centro abitato, come sta avvenendo per Citterio.
Soprattutto quando ad altri prosciuttifici della pedemontana stanno proponendo impianti a grasso dello stesso tipo, che andranno incontro alle stesse criticità.
Gli impianti speculativi nella food valley vanno fermati.

Giuliano Serioli
18 maggio 2015

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

martedì 5 maggio 2015

Citterio, le autorità non sapevano

Un inceneritore libero di agire nella food valley

Il consiglio comunale straordinario di Felino convocato sul tema di Citterio ha fatto emergere che solo ora gli amministratori si sono accorti che il cogeneratore del Poggio non funziona.
Non avrebbero mobilitato tutte le autorità competenti, Provincia ed Arpa, solo per qualche articolo di Rete Ambiente.
Il timore è che i cittadini si rendano conto di quello che sta succedendo al Poggio.


Le autorità competenti, anche se sembra incredibile, hanno avuto notizia del grippaggio del cogeneratore quando hanno letto gli articoli del nostro blog.
Hanno cercato di rintuzzare affermando come Citterio non sia tenuta ad informare nessuno di eventuali fermi per manutenzioni.
Ma il punto è un altro.
Ed è molto evidente, se non si chiudono occhi e orecchie.
Il rifacimento delle camere di scoppio e dei pistoni in un motore non è certamente da considerarsi un fermo per manutenzione.
Quanto è accaduto è la prova che il grasso animale è bruciato così male da arrivare a corrodere parti importanti e fondamentali dei motori. Parti addirittura metalliche.
Immaginiamoci le conseguenze emissive nella fase antecedente il grippaggio.
Ossidi di metalli e tutti i miasmi che li accompagnano.
A questo punto poco serve affermare che che l'autorizzazione sia stata data con tutte le precauzioni del caso e che le emissioni nocive siano grosso modo come a Parma.
Bruciare materia organica è pericoloso perché nessun filtro è in grado di bloccare il benzopirene emesso durante la combustione.
Lo dimostra la viva preoccupazione che arriva dall'Alto Adige dove i valori ambientali fuori norma vengono attribuiti ad un eccesso di centrali a cippato.
Bruciare grasso è un assurdo nei termini e quel cogeneratore può diventare una bomba a orologeria.
L'insipienza dei politici si è nascosta dietro lo schermo delle relazioni dei tecnici, che hanno fatto molti controlli e “tutto rientra nei limiti normativi”.
Tranquilli!
Alla richiesta di maggiori informazioni, gli amministratori di Felino hanno risposto che “non risponderanno più”, che “sulle illazioni non si possono costruire castelli”, che “questa non è la sede naturale per una discussione di questo tipo”.
E noi che eravamo convinti che il sindaco ricoprisse la più alta carica in tema sanitario.
Durante il consiglio nessuno ha parlato di tutela della salute dei cittadini, ma solo di “una ditta privata che ha fatto ciò che ha ritenuto opportuno”.
E' emerso poi che c'è una istruttoria in corso.
Insomma nessuno si era accorto che l'impianto non era più in funzione fino a quando “un personaggio che crea allarme” (parole dell'ex sindaco Barbara Lori) non lo ha pubblicato.
L'interruzione dell'attività dell'inceneritore è stata ammessa dall'azienda a posteriori come avvenuta il 5 novembre dello scorso anno.
Possibile che un impianto inquinante attivo in un territorio ad alta vocazione agroalimentare sia così libero di agire?

Giuliano Serioli
Rossella Longhi

5 maggio 2015

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

giovedì 30 aprile 2015

Il Consiglio di Felino

Urge un osservatorio ambientale sul cogeneratore Citterio

Si è svolto ieri il Consiglio Comunale di Felino, chiesto dalla minoranza per chiarimenti sul funzionamento del cogeneratore Citterio.
Questi gli antefatti su Citterio, segnalati da tempo da Reteambiente:
1) l'impianto di colatura ed il cogeneratore, pur costruiti e pronti a funzionare dal luglio del 2013, non partono. Anzi si viene a sapere della vertenza legale intentata da Citterio contro Termoindustriale, fornitrice del cogeneratore, per non pagarlo perché mal funzionante. Termoindustriale nel frattempo fallisce.


2) L'impianto parte solo un anno dopo, a fine luglio del 2014.
3) Da subito e fino ai primi di settembre si verificano diversi sversamenti di grasso nel Rio S.Ilario, con misurazioni particolarmente gravi, ben 33.400 mg per litro mentre la normativa ne consente solo 20.
4) Arpa interviene segnalando a Comune e Provincia ed attribuendo la responsabilità alla ditta Citterio spa, chiedendo l'emissione di provvedimenti amministrativi agli enti preposti.
5) La Provincia, il 15 settembre 2014, diffida Citterio dallo scaricare acque diverse da quelle pluviali e ingiunge puntuali resoconti sul trattamento dei grassi effettuato in azienda.
6) Probabilmente gli atti sono stati trasmessi anche alla Procura della Repubblica per cui si presume sia in atto una istruttoria sul grave fatto ambientale.
7) Il motore del cogeneratore risulta grippato e Citterio da gennaio provvede a rifare camere di scoppio e pistoni. Si è saputo ieri il grippato risale al 5 novembre 2014.

Esponenti delle minoranze in Consiglio hanno chiesto chiarimenti su tali fatti citando espressamente contributi di Rete Ambiente Parma.
Il sindaco Bertani fa rispondere le autorità competenti.
Sono presenti Beatrice Anelli e Gabriele Alifraco del servizio ambiente di Provincia ed Eriberto De Munari, direttore di Arpa.
La Anelli informa che le AUA (Autorizzazione Unica Ambientale) sono due, per il rendering e per il cogeneratore, che non era mai capitato che la concessione di un'autorizzazione avesse una durata così lunga, da fine giugno a fine novembre e che l'autorizzazione, riguardando la combustione di rifiuti è più restrittiva anche per le emissioni.
In realtà a far tardare l'autorizzazione è stato il parere della Regione, arrivato solo a fine settembre. Già dalla prima conferenza dei servizi erano già tutti d'accordo e si premeva in Regione per non far perdere a Citterio la sovvenzione europea di 3 milioni di euro per il rendering, che sarebbe scaduta il 31 dicembre.
Strano non si dica niente del motore grippato.
Strano si accetti per buona la motivazione dell'azienda che da la colpa ai cristalli di urea formatisi a motore spento e provenienti dal DeNOx.
Una motivazione improbabile: un motore spento ha le valvole chiuso e il Denox è a valle, non a monte del motore.
Il direttore di Arpa De Munari, ha riferito che nei 14 monitoraggi non sono stati riscontrati livelli di emissione importanti.
Saremmo curiosi di sapere i periodi di monitoraggio, in quanto poi è emerso che il cogeneratore è andato in tilt il 5 novembre e fermo fino al 7 aprile scorso.
Citterio sostiene che tutto è capitato per caso, dallo sversamento del grasso nel rio all'urea finita nel motore, ma non è credibile.
Si sono definiti i detrattori dell'impianto capaci solo di creare allarme tra la popolazione.
In realtà, senza questa attenzione, probabilmente non ci sarebbe neanche un'istruttoria in corso.
Si era parlato a suo tempo di un osservatorio, di un tavolo in cui le parti in causa potessero valutare gli aspetti controversi del funzionamento del cogeneratore. Ne aveva parlato addirittura il sindaco Bertani.
Crediamo che oggi quell'osservatorio sia più che mai necessario e che la minoranza in Consiglio comunale se ne dovrebbe fare portavoce.
Ci sono ancora tante questioni che si dovrebbero poter discutere.

Giuliano Serioli
30 aprile 2015

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

giovedì 23 aprile 2015

L’aggressione al nostro territorio continua senza sosta

Sono ancora i tagli a caratterizzare gli scenari delle terre alte

Il tratto della Val Baganza che va da Calestano a Tavolana, tra il Monte Croce e il Monte Castello, e uno dei più suggestivi e spettacolari la cui bellezza è dovuta soprattutto all’integrità del manto boschivo. Ma è anche un luogo ad alto rischio idrogeologico per la presenza di diverse frane attive e, in particolare, quella della Riva dei Preti.


Il Monte Castello; la foto è stata scattata un anno fa.

Purtroppo anche in questa zona è iniziata l’attività di taglio che in breve porterà un forte degrado paesaggistico e, allo stesso tempo, aumenterà ulteriormente il già alto rischio idrogeologico privando questo territorio della sua naturale protezione.


In questa foto, scattata nei giorni scorsi, si può osservare, in alto a destra, linizio di un taglio su un ripidissimo pendio proprio sopra la frana della Riva dei Preti. Al momento il taglio è ancora limitato ma, molto probabilmente proseguirà, togliendo una naturale protezione in una delle zone più problematiche del nostro territorio.


Se i tagli continueranno in questa zona, oltre ad aumentare il rischio idrogeologico, causeranno un grave degrado paesaggistico così com'è avvenuto sul Montagnana.
La foto sottostante, scattata nello scorso febbraio da Canesano, mostra la condizione in cui si trova attualmente il Monte Montagnana.


Questa foto, scattata nei giorni scorsi, mostra il taglio effettuato di recente sotto la strada provinciale in un luogo (il castello di Ravarano) tra i più caratteristici della nostra valle. Si osservi la fortissima pendenza e l’estrema precarietà del territorio da un punto di vista idrogeologico.


Si è poi provveduto con un escavatore a realizzare una strada al solo scopo di trasportare la legna. Questa strada resterà nei prossimi anni priva di manutenzione e modificherà il deflusso delle acque piovane con effetti del tutto imprevedibili.


La costruzione di questa strada è stata autorizzata dall'ufficio tecnico del comune?

È stata fatta una valutazione dell’impatto che una simile opera ha sull'integrità del territorio?

È mai possibile che chiunque, con un escavatore, possa aprire piste, sbancare i pendii, ecc., senza alcuna valutazione del rischio che ciò comporta?

Come è possibile consentire la realizzazione di queste opere che sfregiano la bellezza del nostro territorio e aumentano il rischio del dissesto al solo scopo di trasportare poche migliaia di euro di legna?


Il Monte Scaletta e il Castello di Ravarano una delle zone più suggestive della nostra valle fortemente minacciata da un sfruttamento predatorio delle risorse boschive.

Cosa prevede la normativa

I boschi documentati in queste pagine, come la stragrande maggioranza dei boschi del nostro territorio, non sono boschi cedui (tagliati regolarmente ogni 20/25 anni) ma bensì cedui invecchiati (cedui semplici che hanno saltato uno o più turni di ceduazione) o cedui composti (boschi in cui si trovano contemporaneamente piante dalto fusto e polloni originati dalle ceppaie). Per questa tipologia di boschi lart. 59 delle PM e PF (Prescrizioni di Massima e di Polizia Forestale della Regione Emilia Romagna) prevede che venga favorita la conversione ad alto fusto.

Lart. 15 prevede inoltre che nelle aree forestali aventi una pendenza superiore al 100% e nelle frane attive e recenti venga favorita levoluzione naturale della vegetazione. I boschi in questione presentano entrambi queste caratteristiche.

Infine per ciò che riguarda lapertura di strade per lesbosco lart. 20 prevede quanto segue:

L'apertura e l'allargamento nonché la manutenzione ed il ripristino che comportino movimento di terreno di strade e piste forestali e mulattiere possono essere effettuati solamente previa autorizzazione ai sensi dell'art. 34 della L.R. n. 47/1978 e, laddove esistenti, nel rispetto delle previsioni dei Piani economici vigenti (art. 10 della L.R. n. 30/1981).
L' Ente delegato competente per territorio al fine di contenere fenomeni erosivi a carico delle scarpate può imporre l' inerbimento delle stesse o comunque la loro stabilizzazione attraverso interventi di ingegneria naturalistica.
Analogamente, l'Ente delegato, al fine di ridurre l'eventuale dissesto idrogeologico o fenomeni erosivi, può imporre il ripristino della vegetazione, mediante impianto artificiale, nei luoghi adibiti all'asportazione dei prodotti boschivi, qualora non si valuti opportuna la conservazione per le utilizzazioni future delle vie di esbosco e dei piazzali di deposito e di prima lavorazione aperti temporaneamente.

La strada in questione, come tutte le altre, vengono tracciate con brutali sbancamenti dagli escavatori e poi abbandonate a se stesse senza alcun intervento di manutenzione.


La normativa vigente, se propriamente applicata, consente uno sfruttamento sostenibile delle risorse forestali senza mettere a repentaglio lintegrità del territorio e le sue bellezze naturalistiche.

Ci domandiamo come mai le nostre amministrazioni e in particolare lUnione Montana (ex Comunità Montana) a cui è delegato il rilascio delle autorizzazioni di taglio, non abbiano a cuore lintegrità e la salvaguardia del nostro territorio?