"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)

mercoledì 16 luglio 2014

Petizione in difesa delle terre alte

Rete Ambiente Parma lancia una petizione per salvare la risorsa bosco

Quando la politica è assente, sono i cittadini a farsi carico dei problemi.
E a difendere le nostra montagne sembra non esserci più nessuno.
Le nostre montagne, i nostri boschi, sono non-luoghi, non-argomenti, perché lontane, spopolate, abbandonate.
Ambienti fragili ma perfetti per disegni di profitto, conquista, sperpero, ingordigia, proprio perché poco frequentate, una manciata di ore nei fine settimana, e poi l'oblìo.
Ecco che allora Rete Ambiente Parma ( www.reteambienteparma.org ) lancia una petizione sulla piattaforma Change ( http://goo.gl/pMxD3R ) per richiamare l'attenzione della Regione Emilia Romagna al rischio del taglio selvaggio nei boschi del nostro territorio.


Lo fa indicando anche 5 azioni che possono portare rimedio ad una situazione sull'orlo del non ritorno, dove in montagna è il mercato della legna da ardere a dettar legge.
Rete Ambiente Parma ritiene inaccettabile che, di fatto, a decidere delle sorti delle terre alte, dei suoi boschi e della sua economia, sia il mercato del profitto e del lucro a scapito dell'ambiente.
Le terre alte vanno difese, mettendo davanti a tutto il rispetto per l'ecosistema.
In montagna al degrado dei boschi per l'eccesso dei tagli si comincia a sommare anche quello dell'aria causato dalle polveri delle centrali a biomassa.
Tagliare e bruciare legna non crea alcuna economia, solo danni all'ambiente ed al turismo; mentre sulle Alpi si tutelano i boschi anche per il turismo, sullAppennino si taglia.
Non a caso tanti bilici carichi dei nostri ex querceti o faggete hanno targhe lombarde o venete.
La montagna non ha bisogno di perdere i suoi boschi, ha bisogno di un progetto industriale per risorgere economicamente.
E ha bisogno del sostegno di tutti i cittadini che oggi possono ancora godere dell'aria delle nostra montagne, mentre domani, chissà.
I punti di Rete Ambiente.
1- Incentivazione fattiva della conversione all'alto fusto dei cedui invecchiati (art. 59 - Norme di Polizia Forestale Emilia Romagna)
2- Sviluppo di consorzi di proprietari di boschi in grado di decidere tagli selviculturali che contemperino la difesa del paesaggio e quella dal rischio idrogeologico.
3- Finanziamenti regionali non più finalizzati allo sviluppo del taglio boschivo e di centrali a cippato che contribuiscono al degrado dei boschi e della salubrità dell'aria, ma finalizzati a sviluppare l'edilizia conservativa dei borghi montani in grado di promuovere il risparmio energetico.
4- Divieto di apertura di nuove strade per la raccolta del legname (Art. 20 - Norme di Polizia Forestale Emilia Romagna)
5- Divieto dei tagli lungo pendii molto ripidi (oltre il 100% di pendenza) onde limitare il rischio idrogeologico come suggerito dalle norme di polizia forestale (Art. 15).

I prossimi appuntamenti per discuterne sono:

Sabato 9 agosto ore 16
Camping e piazzetta di Berceto

Sabato 23 agosto ore 18
Castello di Compiano

Giuliano Serioli
15 luglio 2014

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

lunedì 7 luglio 2014

Tagli suicidi

La crisi della montagna sembra non aver mai fine

L'ultima notizia è sulla bocca di tutti: la legna a tronchetti viene pagata 4,5 euro al quintale.
Questo significa che se ne è tagliata troppa rispetto alla domanda e il mercato ha fatto scendere il prezzo.
Nel 2009 era venduta a 9 euro, ma poi si è cominciato a tagliare a più non posso.
E' scesa a 5,5 euro nel 2011 per poi stabilizzarsi a 6 euro nel 2012.
Ed ora l'ulteriore sensibile calo.


Il prezzo al quintale è un indicatore infallibile di quanto si sia tagliato: più il prezzo scende, più boschi sono stati decimati.
Ma di dati provinciali non ce ne sono e nemmeno a livello regionale.
E' disponibile un dato nazionale sulla legna consumata nel 2013, elaborato da AIEL (azienda italiana energia dal legno).
In totale sono 19,3 milioni di tonnellate.
Di queste, 3,5 milioni vengono importate dall'estero, che sottratte al totale ci danno la legna prodotta in Italia, 15,8 milioni di tonnellate.
Stiamo superando la sostenibilità ed intaccando la rinnovabilità dei nostri boschi.
Infatti la superficie boschiva da cui è possibile ricavare legna è costituita dai 3.663.000 ettari di bosco ceduo che, moltiplicati per il 4% di accrescimento annuo per ettaro, danno 14,6 milioni di tonnellate.
Solo l'anno scorso, quindi, abbiamo tagliato 1,2 milioni di tonnellate di legna in più di quanto consentito dalle normative nazionali e regionali che preservano la rinnovabilità.
Le autorità, gli enti preposti, la stessa AIEL, la Coldiretti, negano che la rinnovabilità sia intaccata, anzi per loro c'è ancora tanto da tagliare. Il loro giochino è di riferire quanto si è tagliato non al bosco ceduo, ma all'intera superficie boscata nazionale che è di quasi 11 milioni di ettari.
Ma la superficie boschiva totale contiene anche boschi ripariali, macchia mediterranea, parchi.
Ettari che non possono essere tagliati per produrre legna.
Nella nostra montagna, invece, ed in tutto l'Appennino Tosco-Emiliano la situazione è ancora più grave perché il bosco ceduo rappresenta l'80% di tutta la superficie boschiva e quindi i tagli riguardano la quasi totalità dei boschi.
Da Cervarezza a Corniglio i boschi dei nostri monti: Ventasso, Alpe di Succiso, Fageto, Costa Maria Gallina, Caio, Navert ed Acuto, sono costellati di buchi come gruviere.
Si stima che in questi ultimi 5 anni sia stato tagliato il 20% della loro superficie fogliare, con gravi danni idrogeologici ai versanti (frane), danni paesaggistici e altrettanto gravi danni a tutte le strade: comunali, provinciali e statali, rese difficilmente percorribili non solo per le frane, ma anche perché il manto stradale risulta letteralmente sfondato dal peso dei camion che portano legna in pianura.
Quelli che tagliano non sono solo boscaioli del posto che hanno sempre fatto il mestiere.
Si sono messi a tagliare un po' tutti, magari pagando in nero operai dell'Est Europa, perché da soli non ce la fanno.
Tagliano anche aziende edili in crisi provenienti dalla pianura o dalla città (come sottolinea la Forestale), con tutto il loro armamentario di scavatrici e pale meccaniche cingolate che trasformano sentieri in carraie, rovinando interi versanti.
Quelli che tagliano si difendono dicendo che sia l'unico lavoro che c'è e che fa girare un po' l'economia in montagna.
E' proprio vero?
A 4,5 euro al quintale la spesa per il taglio forse supera il guadagno.
Molti di quei soldi vanno a chi effettua il taglio, altri servono a pagare il proprietario del bosco, altri ancora servono a pagare le spese e infine una grossa fetta va a coprire le rate per i trattori nuovi che si vedono ormai da ogni parte.
Il prezzo del trattore nuovo da 120 cavalli è molto scontato per gli incentivi statali.
Per i primi 3 anni di mutuo non si pagano interessi perché paga la Regione.
Ma dopo le rate arrivano tutte in una volta e sono salate.
Nei borghi non si vede un negozio che apre.
Anzi ne chiudono in continuazione perché non ce la fanno, così anche le osterie perché di turismo non ce n'è quasi più.
E quei soldi che dicono girino per la montagna dove vanno allora?
Forse proprio alle industrie che producono attrezzi di taglio e trattori, oltre che nelle tasche di qualche furbo che li mette in banca o si compra un appartamento al mare.
E' così che si crea un'economia che fa rivivere la montagna?
Crediamo proprio di no.
Così si contribuisce solo a distruggerne le risorse.
Di attenzione cosciente, per il destino delle terre alte, proprio non se ne vede.

Giuliano Serioli
7 luglio 2014

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

martedì 17 giugno 2014

Tagliare è illogico, bruciare diabolico

Dall'Olio, incubo del bosco parmense
Di fronte allo scempio della montagna oggi è il tempo di agire

Nicola Dall'Olio, candidato alle primarie Pd, candidato assessore con Bernazzoli, candidato alle europee, ma sempre trombato, nel 2010 aveva detto, in un documento a sua firma, che era possibile prelevare dai boschi del parmense 390 mila tonnellate di legna ogni anno senza intaccare la rinnovabilità.


Avevamo contestato questo dato, perché ottenuto moltiplicando l'accrescimento annuo dei faggi (notoriamente superiore a quello dei querceti) per gli ettari della totalità dei boschi.
Dall'Olio voleva giustificare la possibilità di impiantare 30, 40 centrali termiche a cippato nei borghi di montagna. Per lui un sogno, per il bosco un incubo.
Già nel 2009 i dati delle comunicazioni di taglio alle comunità montane dicevano che gli ettari di ceduo richiesti al taglio erano quasi doppi rispetto al 2008.
L'autoconsumo era in costante diminuzione e si ipotizzava che fossero state prodotte 200 mila tonnellate di legna da ardere.
Non era che l'inizio.
Ancora non si erano visti i ripidi versanti completamente denudati e le cataste ininterrotte di legna lungo le strade di montagna, pronte per essere prelevate e portate chissà dove dai camion.
Le strade non erano completamente sfondate dal passaggio dei mezzi pesanti.
Gli effetti idrogeologici di questo dissennato abbattere non si erano ancora manifestati.
Come a Pietta, dove il taglio è stato una delle cause della frana e, come tale, denunciato all'autorità giudiziaria dalla Forestale.
E' il mercato a decidere quanta legna debba essere tagliata e quale sarà l'assetto economico e paesaggistico là in alto.
Dati provinciali sul prelievo di legna non ce ne sono, se ci sono non vengono resi pubblici.
E' disponibile un dato nazionale sulla legna consumata nel 2013 elaborato da AIEL.
In totale sono 19,3 milioni di tonnellate.
Di queste, 3,5 milioni vengono importate dall'estero, che sottratte al totale ci danno la legna prodotta in Italia, 15,8 milioni di tonnellate.
Stiamo superando la sostenibilità ed intaccando la rinnovabilità dei nostri boschi.
I boschi da cui è possibile ricavare legna sono i 3.663.000 ettari di ceduo che, moltiplicati per il 4% di accrescimento annuo per ettaro, danno 14,62 milioni di tonnellate.
Solo l'anno scorso abbiamo tagliato 1,2 milioni di tonnellate di legna in più da quanto consentito dalle normative nazionali e regionali che preservano la rinnovabilità.
Ma nel nostro Appennino, in cui il ceduo è l'80% del totale dei boschi, è pensabile che la quantità tagliata sia ancora maggiore, perché più vicino al mercato padano.
Il dirigente ambientalista (?) del Pd manda avanti il progetto delle centrali a cippato, che ora sono 6 già impiantate ed una, quella di Berceto, in costruzione.
Bruciano cippato di ramaglie non stagionato, sono senza filtri, emettono polveri a livello industriale, la cenere volante dei multi cicloni, piena di particelle di metalli pesanti (rifiuto speciale che deve andare in discarica) non si sa dove vada a finire.
Il tutto senza che i finanziamenti fatti affluire per impiantarle abbiano creato un solo posto di lavoro.
Non solo, ma il loro consumo di legna si va ad assommare a quello dei tagli per la legna da ardere che viene portata in tutta la pianura padana.
Solo la centrale di Monchio brucia 1.800 tonnellate di cippato di legna ogni anno (dato dichiarato dal sindaco), una quantità forse addirittura inferiore al reale.
Riteniamo che in montagna al degrado dei boschi per l'eccesso dei tagli si cominci a sommare anche quello dell'aria causato dalle polveri di queste centrali.
Tagliare e bruciare non crea alcuna economia, solo danni all'ambiente ed al turismo.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
16 giugno 2014


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lunedì 2 giugno 2014

Il valore del bosco

Nel 2013 è stata intaccata la riserva verde nazionale

Il valore del nostro bosco non può essere circoscritto ad una mera valutazione economica, come se fossimo ancora negli anni '60, quando era fonte di legna da ardere per scaldare le case dei residenti.

Oggi, con lo spopolamento della montagna, l'autoconsumo decresce continuamente e la funzione del bosco è cambiata.


Oggi le grandi famiglie di fusti hanno un ruolo paesaggistico, ma soprattutto di presidio idrogeologico, in una montagna che strutturalmente è soggetta a frane, come gli episodi recenti non smettono di ricordarci.
Il bosco ed il sottobosco sono la spugna con cui la montagna si difende dalle calamità.
A partire dal 2009 la speculazione sulla legna da ardere ha colpito anche la nostra provincia, con evidenti denudamenti di interi versanti e, come a Pietta, diventando una concausa diretta delle frane.

Il dissesto idrogeologico, dovuto anche ai tagli, è evidente a tutti, ma dati provinciali o regionali non ce ne sono.
I numeri sono esclusivamente nazionali e provengono, guarda caso, dalle aziende che producono stufe e caldaie per la combustione della legna e che oggi vivono il loro magic moment.
Dal resoconto di un convegno promosso a Verona da AIEL (Azienda Italiana Energia dal Legno), si evince che la quantità di legna consumata nel 2013 è stata di 19,3 milioni di tonnellate. Considerando che la quantità importata è di 3,5 milioni, si deduce che la produzione nazionale sia stata di 15,8 milioni.
Una cifra che supera la sostenibilità del ceduo del nostro Paese, che arriva ad una disponibilità totale di 14,62 milioni di tonnellate.
I relatori del convegno sostengono che solo il 24% della riserva bosco è intaccata, ma il loro calcolo include tutto il patrimonio boschivo, 11 milioni di ettari, e non solo il ceduo.
Una follia, perché il patrimonio boschivo oltre il ceduo è macchia mediterranea, boschi ripariali e parchi, in cui non si può tagliare.
Se i tagli nazionali hanno superato la sostenibilità di ben 1,2 milioni di tonnellate, in provincia di Parma, dove il ceduo è l'80% dei boschi, sarà andata anche peggio, trovandoci a ridosso all'area di maggior sviluppo del mercato della legna da ardere, la pianura padana.

Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma


2 giugno 2014

venerdì 16 maggio 2014

Piano per la montagna, fronte condiviso

Un piano industriale per la montagna su cui convogliare i finanziamenti europei e regionali per sostenere la ripresa edilizia e il risparmio energetico nei borghi

I candidati sindaci presenti mercoledì al circolo Baccoverde hanno convenuto che le attuali centrali a cippato sono un investimento sbagliato, per non dire di Citterio, dove la combustione di biomassa (grasso animale), oltre che dannosa per la salute, è di fatto solo speculazione.
“Se questi impianti che bruciano legna e bollono ossa, ha affermato Margherita Folzani, non avessero incentivi pubblici, se l'energia prodotta e venduta ad Enel venisse pagata tanto quanto costa al consumatore, nessuno li farebbe perché non c'è guadagno”.
Cervellotico, oltre che sbagliato, produrre calore dal cippato senza ristrutturare case e borghi per trattenerlo, risparmiando il più possibile l'energia.


Perché il vero risparmio energetico è la riduzione dei consumi.
Sul fronte degli investimenti, per eliminare ulteriore consumo di suolo è poi necessario e urgente che le amministrazioni mettano a disposizione gli immobili dismessi, facendoli ristrutturare per una diversa e diffusa ricezione turistica.
Non certo per spendere un milione di euro per 7 posti letto, come avvenuto con la cascina delle Ciliege a Casarola e con la cascina Cavalli a Riana.
Ristrutturare e riutilizzare, poi, stagionature dismesse, per una ripresa della produzione artigianale di eccellenze alimentari, tramite l'introduzione e l'uso di macelli intercomunali facenti capo alle
costituende Unioni dei Comuni.
La prevenzione dei disastri e delle frane è tutt'uno con la corretta valorizzazione dei boschi ed il loro mantenimento. Il taglio del bosco, la legna da lavoro e l'autoconsumo sono altra cosa dal taglio
generalizzato che lascia nudi i versanti montani e porta in pianura la risorsa bosco unitamente alla gran parte dei proventi.
Il taglio speculativo non crea economia in montagna.
I soldi dei tagli vanno a chi commercia la legna in pianura e ai produttori di macchinari e trattori, mentre dovrebbero restare in montagna e finire nelle tasche dei boscaioli locali che fanno il loro lavoro.
La filiera della legna porta via una risorsa, lasciando poco o niente in montagna.
Senza un'economia nelle alte terre, non solo non è possibile fare prevenzione, ma sarà anche sempre più difficile garantire i servizi minimi essenziali nei borghi, quali scuole e strutture protette per anziani.
Senza un progetto di turismo diffuso e di lavorazione artigianale di prodotti alimentari di eccellenza, la montagna è condannata a non avere un'economia.
E le sue risorse naturali continueranno ad essere svendute alla speculazione.

Parma, 16 maggio 2014

Giuliano Serioli, Rete Ambiente Parma
Corrado Mansanti, candidato sindaco a Monchio con la lista "Unità, impegno, democrazia"
Giorgio Zani, candidati sindaco a Langhirano con la lista "Fare Langhirano"
Angelo Lusuardi, candidato sindaco a Felino con la lista "Felino cambia"

Margherita Folzani, produttore di prosciutto e candidata a Felino con la lista "Felino cambia"