La denuncia di Ghiretti, comparsa sulla Gazzetta, a proposito del proliferare di richieste per l'installazione di impianti a biogas e biomasse nella nostra provincia è giusta, anche se l'allarme viene da un ex assessore della giunta Vignali.
Noi di Reteambienteparma siamo contro tutte le centrali a biomasse che inceneriscono. Siamo contro quelle di grossa taglia come quelle che vogliono installare a Trecasali, a San Secondo e a Paradigna perchè bruciare cippato di legna, sorgo erbaceo o scarti di macellazioni animali è gravemente inquinante e serve solo a speculatori per accaparrarsi gli incentivi prodotti dalla poca energia elettrica prodotta.
Ma siamo contro anche alle piccole centrali a cippato che la Provincia vuole installare in montagna perchè inquinanti, antieconomiche ed inutili per la gente e la loro economia disastrata.
Per quanto riguarda le centrali a biogas grave è la possibilità che il digestato, sia esso derivato da insilato di mais, col pericolo che contenga clostridi, o derivato da deiezioni animali ad elevato contenuto di ammoniaca, sia soggetto a spandimento in quantità industriali nei campi con effetti pregiudizievoli per i coltivi e la DOP del parmigiano-reggiano.
La denuncia di Ghiretti era stata già preceduta a livello regionale dall'interrogazione di Favia, del movimento 5 stelle, proprio in relazione agli effetti nocivi del digestato da insilato di mais in progetto in provincia di Modena.
La sua interrogazione ricordava che proprio la Regione esclude la localizzazione di quegli impianti a biogas nelle zone di produzione del Parmigiano Reggiano. Tale divieto ha origine dallo sviluppo di clostridi nel processo di insilamento.
ll foraggio nelle zone agricole dove sono ubicate centrali a biogas, attraverso lo spandimento sul terreno del digestato prodotto, subisce la contaminazione delle spore di clostridi. I clostridi sono batteri anaerobici che generano spore presenti e persistenti sul terreno e sono dannosi per gli animali.
Questi biodigestori anaerobici producono gas naturale che viene bruciato quale forza motrice per produrre elettricità. La quantità di questa così ottenuta è davvero poca cosa, ma non pochi sono gli incentivi statali. Tali impianti, in cocreto, servono solo a rastrellare incentivi, con coltivazioni dedicate che rubano terreni all'alimentazione.
Sono degli ecomostri cui opporsi.
Tali non sono quelli che vengono alimentati con le deiezioni animali, a patto che non siano troppo grandi ed invasivi per il territorio come quello comprensoriale che voleva impiantare il comune di Montechiarugolo un anno fa. Un impianto sotto il Mw, ma che avrebbe digestato ben 350 tonnellato al giorno per 365 giorni, cioè circa 100.000 tonnellate annue, raccogliendo deiezioni animali tra la città e Neviano Arduini.
Noi crediamo, anzi, che ogni allevamento dovrebbe averne uno, soprattutto per impedire che i nitrati di tutti quei liquami finiscano in falda, inquinandola. Gli incentivi che l'azienda ricaverebbe dalla produzione di gas e quindi di energia elettrica sarebbero il giusto compenso per aver reso l'allevamento sostenibile per l'ambiente. Questo vale per l'enorme quantità di allevamenti della val Padana e ancor più per quelli della nostra Food Valley, che inquinano non solo la falda acquifera ma anche gli stessi terreni da cui ricavare tutti quei pregiati coltivi.
Reteambienteparma
Serioli Giuliano
sabato 18 febbraio 2012
SUGLI IMPIANTI A BIOGAS E BIOMASSE
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sabato 11 febbraio 2012
Dalla conferenza stampa di "AMICI DELLA TERRA"
Il Presidente della Fiper, Righini, aggiunge: “Il potenziale di approvvigionamento delle potature del verde urbano è immenso; secondo l’ultimo studio Fiper, in 801 comuni alpini e appenninici (zone climatiche E-F) ci sarebbero le condizioni per avviare centrali di teleriscaldamento a biomassa. In questi giorni di “freddo siberiano”, l’impiego di questa tecnologia e combustibile, permetterebbe in questi comuni di raggiungere la completa autonomia dal gas e riscaldare i propri cittadini avvalendosi delle risorse locali”.
Questo è ciò che sostengono gli "AMICI DELLA TERRA" e la FIPER ( federazione italiana produttori energie rinnovabili). Ma se, come affermano, "il potenziale delle potature del verde urbano è immenso", com'è che questo farebbe si che "ci sarebbero le condizioni per avviare centrali di teleriscaldamento in 801 comuni alpini e appenninici"? Vorrebbero forse portare le potature in montagna? Ridicolo! Ma no, stanno semplicemente battendo la grancassa che bruciare legna a livello industriale è bello, utile economicamente e salubre per la gente. La realtà del teleriscaldamento da cippato di legna è che è conveniente economicamente solo in quelle realtà dove esistono grandi scarti di segheria disponibili ( Trentino-Alto Adige ) e con centrali di grandi dimensioni( da 10 a 40 Mw) che abbinano la produzione di acqua calda alla produzione di energia elettrica remunerata coi certificati verdi. In grado quindi di permettersi filtri costosi ( a maniche ed elettrostatici) in modo da limitare le emissioni nocive e non pregiudicare la salute dei cittadini e la fiorente ricezione turistica. Il teleriscaldamento è costoso ( 500 euro al metro ). Costoso è l'impianto di una centrale a cippato anche di piccola taglia, per intenderci quelle che hanno già cominciato ad impiantare nel nostro appennino. L'unica cosa su cui possono risparmiare è il cippato di legna, bruciando quello fresco di taglio e molto umido che, però, provoca emissioni nocive fuori dalle normative e quantitativi di ceneri dell'ordine del 5% in peso del materiale bruciato. L'altra cosa su cui possono risparmiare sono i filtri : invece di quelli a maniche ed elettrostatici, usano solo filtri meccanici, a multiciclone, che bastano forse solo ad abbattere la fuliggine. Inoltre in piccoli borghi di montagna, quasi ormai disabitati, che senso ha una linea di teleriscaldamento a cui si potranno allacciare in pochi? Fra quei pochi, chi mai vorrà sobbarcarsi le spese di allaccio di casa sua, quando ha già provvedito per suo conto con moderne stufe a legna e a pellet? Questa è la filiera corta del teleriscaldamento : antieconomica, nociva, inutile e capace solo di contribuire al rimaneggiamento dei boschi già avviato dalla speculazione della legna da ardere. Le rinnovabili, soprattutto in montagna, sono il fotovoltaico sui tetti, le ristrutturazioni per il risparmio energetico, il microidroelettrico ( turbinazione degli acquedotti ), il microelico lineare ( non quello che si sviluppa in altezza) e i biodigestori che producono gas dalle deiezioni animali degli allevamenti nelle valli. Queste sono le rinnovabili che la regione, coi fondi FAS, dovrebbe finanziare.
Serioli Giuliano
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La congiura del silenzio - documenti
Il 27 dicembre 2006 pervenne al sindaco di Bardi l' informativa ARPA avente per oggetto le ghiaie ofiolitiche contaminate da amianto oltre i limiti di legge.
Anche a una lettura veloce, il documento appare importante per i risvolti sanitari, ma è archiviato dall'amministrazione di Bardi senza numero di protocollo.
Anche a una lettura veloce, il documento appare importante per i risvolti sanitari, ma è archiviato dall'amministrazione di Bardi senza numero di protocollo.
continua su caveallamiantonograzie.info
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martedì 31 gennaio 2012
Biomasse e sostenibilità per il territorio
A) Incenerimento biomasse
1 - biomasse da legna vergine (cippato) NO
2 - biomasse erbacee (sorgo) NO
3 - sottoprodotti di origine animale (scarti di macellazione) NO
B) gassificazione biomasse
1 - agricole,da coltivazioni dedicate (insilato di mais) NOSI=Sostenibile NO=Non sostenibile
2 - reflui zootecnici (deiezioni animali) SI
3 - sottoprodotti animali (scarti di macellazione) SI
4 - fanghi di depurazione SI
5 - frazione organica di rifiuti urbani da raccolta diff. SI
6 - siero di latte dall'industria casearia SI
A1 - inceneritori a cippato : costituiscono, ormai, la discriminante principale per individuare cosa si intenda per sostenibilità ambientale.
Non tanto quelli da 1 Mwe in su, fino a 35, 50 Mwe, per i quali è evidente il carattere speculativo, teso all'accaparramento dei certificati verdi e impiantati dai grandi gruppi finanziari ed industriali privati (Maccafarri, Marcegaglia etc.)
E neppure quelli da 10 o 20 Mw che fanno cogenerazione e teleriscaldamento in Alto Adige e Trentino. Costruiti 10 anni fa con finanziamenti europei, come quelli Austriaci e tedeschi, sono un caso a parte.
Bruciano scarti di segheria e cippato proveniente dall'estero, senza minimamente toccare l'integrità delle abetaie che costituiscono il patrimonio essenziale dell'economia turistica.
Il teleriscaldamento, inoltre, ha completamente sostituito il gasolio da riscaldamento e la dimensione degli impianti permette sia che la produzione di energia elettrica non sia antieconomica, sia l'introduzione di costosi filtri a maniche e filtri elettrostatici, capaci di ovviare in parte alle emissioni nocive.
Paradossalmente, gli inceneritori che più preoccupano sono quelli sotto il Mw, le cosiddette centrali termiche a cippato fresco che producono calore per il teleriscaldamento.
Finanziate coi fondi FAS (fondi aree sottoutilizzate : 3/4 dalla UEe 1/4 dalla Regione), si stanno diffondendo nei paesi semiabbandonati della montagna. Sono considerate virtuose perchè non fanno cogenerazione e quindi non accedono agli incentivi per specularci e sono considerate sostenibili perchè a filiera corta (rifornite nell'ambito locale, massimo 70 Km).
Ma in realtà sono antieconomiche, inquinanti e non producono lavoro.
Ne sono una prova le 3 centrali funzionanti nella nostra montagna.
In quella di Borgotaro-ospedale (700 Kw, costo 500.000 euro) hanno dovuto smettere di bruciare cippato fresco perchè bruciava male, aveva un basso rendimento calorifico e produceva un sacco di fumo e di ceneri.
Hanno dovuto rifornirsi di cippato di legna stagionata e ricorrere alla centrale a metano, ancora esistente nell'ospedale, per abbattere i bassi termici di quella a cippato ed evitare così di appestare l'aria di un ospedale.
In quella di Monchio (923 Kw, costo 650.000 euro) hanno già speso altri 100.000 euro in teleriscaldamento (500 euro al m.) solo per allacciare 5 edifici comunali. Funziona solo al 20% della sua capacità e brucia il 50% in più di cippato perchè l'umidità di questo ne abbassa il rendimento e ne aumenta di molto le emissioni e le ceneri. Queste arrivano in pratica al 5% della massa bruciata ( 150 q. su 3.000 q.).
Dove smaltirle? Nei boschi, naturalmente. Ma in un ettaro di bosco ce ne può andare solo 8 o 10 q. e poi per 30 anni non se ne parla più.
Finirà che riempiranno i boschi di cenere, che non è solo composta di di K, Ca e Mg, macroelementi della fertilità, ma anche di metalli pesanti in quantità tossica che lo rendono infertile.
Nella centrale di Palanzano (700 Kw, suddivisa in 2 caldaie da 350 Kw, costo 426.000 euro) di fronte agli stessi problemi di Monchio nel bruciare cippato fresco (50% di umidità, con forti emissioni nocive e grosse quantità di ceneri) hanno pensato di bruciare pellet di provata tracciabilità (10% di umidità e dieci volte in meno di emissioni e ceneri).
A quel punto devono essersi anche detti che la centrale era inutile e costosa.
Sarebbe bastato dotare i 5 edifici di caldaie automatiche a pellet da 60 Kw di potenza, capaci di riscaldare fino ad 800 m2 di superficie e dal costo di 36.000 euro ( iva e installazione comprese), detraibili al 55%
in 10 anni. In tal modo il costo reale di ognuna di loro sarebbe stato di 16.000 euro e quello complessivo di 80.000 euro.
In conclusione.
La centrale di Borgotaro, pur inquinante e per di più fuori luogo all'interno di un ospedale, dal punto di vista della combustione del cippato costituisce un'anomalia irripetibile.
La centrale di Palanzano ha dimostrato che bruciare cippato fresco è un'assurdità in termini di rendimento e di emissioni, al punto da ridursi a bruciare pellet, combustibile costoso e tipico delle caldaie familiari.
La centrale di Monchio continuerà a bruciare cippato con quelle basse rese e quelle grosse emissioni nocive, con la tentazione continua da parte degli amministratori di fare anche cogenerazione per utilizzare in qualche modo tutta quella potenza inutilizzata e raggranellare incentivi. Ma in tal modo arriverebbero a bruciare 5 volte in più di cippato, con altrettante emissioni e ceneri in più.
Le altre 4 centrali a cippato che vogliono impiantare, oltre a quella di Vigheffio, cioè Neviano, Berceto, Calestano e Varano Melegari non potranno che seguire la sorte di quella di Monchio.
Questo è il progetto della Regione e, in base al documento della Provincia a firma Dall'olio, pare che intendano impiantarne a decine.
Molte decine in più, considerando tutto l'Appennino tosco-emiliano. Questo non sarà più un polmone verde capace di contrastare i miasmi della pianura padana, ma esso stesso parte della produzione di quei veleni.
A 2- inceneritori a sorgo tipo quello che la ECE srl vorrebbe impiantare a S.Secondo. Un impianto
da 50 Mw di potenza, di cui 25 Mw per teleriscaldamento e 12,50 per produzione di energia elettrica. Sorgo dalla coltivazione di 2500 ha.
Il sorgo in questione è una pianta erbacea che quando bruciata ha volume di emissioni e deposito di ceneri pari al 10% della massa bruciata.
Molto più inquinante, quindi, degli inceneritori a legna vergine.
C'è,poi,il VIA già concesso dalla Regione alla richiesta della Sadam Eridania per una centrale a biomasse a Trecasali da 60 Mw, di cui 15 Mwe La centrale di Trecasali brucerebbe 150.000-170.000 tonnellate annue tra cippato di legna vergine e insilato di mais. In altri termini 4.500 ha a pioppeti triennali e 400 ha a insilato di mais. Si tratta di superfici enormi, rispettivamente 45 Km2 e 4 km2, da sottrarre a produzioni agroalimentari della nostra provincia. Ma i conti non tornano comunque. Con una coltivazione di pioppi triennali significherebbe bruciare ogni anno la produzione di 1500 ha, vale a dire 1500x50 t., cioè 45.000 tonnellate, a cui sommare le 10.000 t. di insilato di mais ( 400 ha x 25t.). In tutto poco più di 50.000 tonnellate. E le altre 100.000 e più? Sarà certamente legna che verrà dal nostro appennino.
A 3- inceneritori da scarti tipo quello da 1 Mw di cui la PFP spa di Modena ha richiesto la VIA alla di macellazione Provincia a Paradigna. Brucerebbe 15.000 t. di biomassa. Gli scarti di macellazione hanno un'umidità molto più elevata del legno. Devono essere trattati meccanicamente per ridurla al punto da poter essere bruciati, ma anche così devono essere miscelati con oli. Ecco perchè la ditta richiede il trattamento anche di oli esausti.
Sono molto più inquinanti degli inceneritori a legna.
B 1 - I biodigestori anaerobici da coltivazione dedicata contro cui si è mobilitata perfino Slow Food oltre ai cittadini ed alle associazioni degli agricoltori, con cui gli speculatori pur di avere quei certificati sottraggono a colture alimentari migliaia di ettari di buona terra per produrre insilato di mais da cui ricavare gas e così produrre elettricità. Questo nel Cremonese, nel Lodigiano, in Romagna, nel Veneto, in Lombardia.
Ma se questi biodigestori, impiantati solo per ricavarne incentivi e alimentati con coltivazioni dedicate che rubano terreni all'alimentazione, sono degli ecomostri cui opporsi; tali non sono quelli che vengono alimentati con le deiezioni animali, a patto che non siano troppo grandi ed invasivi per il territorio. Ogni allevamento, anzi, dovrebbe averne uno, soprattutto per impedire che i nitrati di tutti quei liquami finiscano in falda, inquinandola. Gli incentivi che l'azienda ricaverebbe dalla produzione di gas e quindi di energia elettrica sarebbero il giusto compenso per aver reso l'allevamento sostenibile per l'ambiente. Questo vale per l'enorme quantità di allevamenti della val Padana e ancor più per quelli della nostra Food Valley, che inquinano non solo la falda acquifera ma anche gli stessi terreni da cui ricavare tutti quei pregiati coltivi.
L'unico progetto in questo senso è quello del comune di Montechiarugolo da 1 Mw che avrebbe trattato circa 100.000 t. di deiezioni animali all'anno recuperandole da un territorio fino a 30 Km di distanza, ma lasciato nel cassetto per la sua eccessiva invasività sull'ambiente, probabilmente in rapporto alla DOP del parmigiano-reggiano.
reteambienteparma
29-01-2012
Serioli Giuliano
Non tanto quelli da 1 Mwe in su, fino a 35, 50 Mwe, per i quali è evidente il carattere speculativo, teso all'accaparramento dei certificati verdi e impiantati dai grandi gruppi finanziari ed industriali privati (Maccafarri, Marcegaglia etc.)
E neppure quelli da 10 o 20 Mw che fanno cogenerazione e teleriscaldamento in Alto Adige e Trentino. Costruiti 10 anni fa con finanziamenti europei, come quelli Austriaci e tedeschi, sono un caso a parte.
Bruciano scarti di segheria e cippato proveniente dall'estero, senza minimamente toccare l'integrità delle abetaie che costituiscono il patrimonio essenziale dell'economia turistica.
Il teleriscaldamento, inoltre, ha completamente sostituito il gasolio da riscaldamento e la dimensione degli impianti permette sia che la produzione di energia elettrica non sia antieconomica, sia l'introduzione di costosi filtri a maniche e filtri elettrostatici, capaci di ovviare in parte alle emissioni nocive.
Paradossalmente, gli inceneritori che più preoccupano sono quelli sotto il Mw, le cosiddette centrali termiche a cippato fresco che producono calore per il teleriscaldamento.
Finanziate coi fondi FAS (fondi aree sottoutilizzate : 3/4 dalla UEe 1/4 dalla Regione), si stanno diffondendo nei paesi semiabbandonati della montagna. Sono considerate virtuose perchè non fanno cogenerazione e quindi non accedono agli incentivi per specularci e sono considerate sostenibili perchè a filiera corta (rifornite nell'ambito locale, massimo 70 Km).
Ma in realtà sono antieconomiche, inquinanti e non producono lavoro.
Ne sono una prova le 3 centrali funzionanti nella nostra montagna.
In quella di Borgotaro-ospedale (700 Kw, costo 500.000 euro) hanno dovuto smettere di bruciare cippato fresco perchè bruciava male, aveva un basso rendimento calorifico e produceva un sacco di fumo e di ceneri.
Hanno dovuto rifornirsi di cippato di legna stagionata e ricorrere alla centrale a metano, ancora esistente nell'ospedale, per abbattere i bassi termici di quella a cippato ed evitare così di appestare l'aria di un ospedale.
In quella di Monchio (923 Kw, costo 650.000 euro) hanno già speso altri 100.000 euro in teleriscaldamento (500 euro al m.) solo per allacciare 5 edifici comunali. Funziona solo al 20% della sua capacità e brucia il 50% in più di cippato perchè l'umidità di questo ne abbassa il rendimento e ne aumenta di molto le emissioni e le ceneri. Queste arrivano in pratica al 5% della massa bruciata ( 150 q. su 3.000 q.).
Dove smaltirle? Nei boschi, naturalmente. Ma in un ettaro di bosco ce ne può andare solo 8 o 10 q. e poi per 30 anni non se ne parla più.
Finirà che riempiranno i boschi di cenere, che non è solo composta di di K, Ca e Mg, macroelementi della fertilità, ma anche di metalli pesanti in quantità tossica che lo rendono infertile.
Nella centrale di Palanzano (700 Kw, suddivisa in 2 caldaie da 350 Kw, costo 426.000 euro) di fronte agli stessi problemi di Monchio nel bruciare cippato fresco (50% di umidità, con forti emissioni nocive e grosse quantità di ceneri) hanno pensato di bruciare pellet di provata tracciabilità (10% di umidità e dieci volte in meno di emissioni e ceneri).
A quel punto devono essersi anche detti che la centrale era inutile e costosa.
Sarebbe bastato dotare i 5 edifici di caldaie automatiche a pellet da 60 Kw di potenza, capaci di riscaldare fino ad 800 m2 di superficie e dal costo di 36.000 euro ( iva e installazione comprese), detraibili al 55%
in 10 anni. In tal modo il costo reale di ognuna di loro sarebbe stato di 16.000 euro e quello complessivo di 80.000 euro.
In conclusione.
La centrale di Borgotaro, pur inquinante e per di più fuori luogo all'interno di un ospedale, dal punto di vista della combustione del cippato costituisce un'anomalia irripetibile.
La centrale di Palanzano ha dimostrato che bruciare cippato fresco è un'assurdità in termini di rendimento e di emissioni, al punto da ridursi a bruciare pellet, combustibile costoso e tipico delle caldaie familiari.
La centrale di Monchio continuerà a bruciare cippato con quelle basse rese e quelle grosse emissioni nocive, con la tentazione continua da parte degli amministratori di fare anche cogenerazione per utilizzare in qualche modo tutta quella potenza inutilizzata e raggranellare incentivi. Ma in tal modo arriverebbero a bruciare 5 volte in più di cippato, con altrettante emissioni e ceneri in più.
Le altre 4 centrali a cippato che vogliono impiantare, oltre a quella di Vigheffio, cioè Neviano, Berceto, Calestano e Varano Melegari non potranno che seguire la sorte di quella di Monchio.
Questo è il progetto della Regione e, in base al documento della Provincia a firma Dall'olio, pare che intendano impiantarne a decine.
Molte decine in più, considerando tutto l'Appennino tosco-emiliano. Questo non sarà più un polmone verde capace di contrastare i miasmi della pianura padana, ma esso stesso parte della produzione di quei veleni.
A 2- inceneritori a sorgo tipo quello che la ECE srl vorrebbe impiantare a S.Secondo. Un impianto
da 50 Mw di potenza, di cui 25 Mw per teleriscaldamento e 12,50 per produzione di energia elettrica. Sorgo dalla coltivazione di 2500 ha.
Il sorgo in questione è una pianta erbacea che quando bruciata ha volume di emissioni e deposito di ceneri pari al 10% della massa bruciata.
Molto più inquinante, quindi, degli inceneritori a legna vergine.
C'è,poi,il VIA già concesso dalla Regione alla richiesta della Sadam Eridania per una centrale a biomasse a Trecasali da 60 Mw, di cui 15 Mwe La centrale di Trecasali brucerebbe 150.000-170.000 tonnellate annue tra cippato di legna vergine e insilato di mais. In altri termini 4.500 ha a pioppeti triennali e 400 ha a insilato di mais. Si tratta di superfici enormi, rispettivamente 45 Km2 e 4 km2, da sottrarre a produzioni agroalimentari della nostra provincia. Ma i conti non tornano comunque. Con una coltivazione di pioppi triennali significherebbe bruciare ogni anno la produzione di 1500 ha, vale a dire 1500x50 t., cioè 45.000 tonnellate, a cui sommare le 10.000 t. di insilato di mais ( 400 ha x 25t.). In tutto poco più di 50.000 tonnellate. E le altre 100.000 e più? Sarà certamente legna che verrà dal nostro appennino.
A 3- inceneritori da scarti tipo quello da 1 Mw di cui la PFP spa di Modena ha richiesto la VIA alla di macellazione Provincia a Paradigna. Brucerebbe 15.000 t. di biomassa. Gli scarti di macellazione hanno un'umidità molto più elevata del legno. Devono essere trattati meccanicamente per ridurla al punto da poter essere bruciati, ma anche così devono essere miscelati con oli. Ecco perchè la ditta richiede il trattamento anche di oli esausti.
Sono molto più inquinanti degli inceneritori a legna.
B 1 - I biodigestori anaerobici da coltivazione dedicata contro cui si è mobilitata perfino Slow Food oltre ai cittadini ed alle associazioni degli agricoltori, con cui gli speculatori pur di avere quei certificati sottraggono a colture alimentari migliaia di ettari di buona terra per produrre insilato di mais da cui ricavare gas e così produrre elettricità. Questo nel Cremonese, nel Lodigiano, in Romagna, nel Veneto, in Lombardia.
Ma se questi biodigestori, impiantati solo per ricavarne incentivi e alimentati con coltivazioni dedicate che rubano terreni all'alimentazione, sono degli ecomostri cui opporsi; tali non sono quelli che vengono alimentati con le deiezioni animali, a patto che non siano troppo grandi ed invasivi per il territorio. Ogni allevamento, anzi, dovrebbe averne uno, soprattutto per impedire che i nitrati di tutti quei liquami finiscano in falda, inquinandola. Gli incentivi che l'azienda ricaverebbe dalla produzione di gas e quindi di energia elettrica sarebbero il giusto compenso per aver reso l'allevamento sostenibile per l'ambiente. Questo vale per l'enorme quantità di allevamenti della val Padana e ancor più per quelli della nostra Food Valley, che inquinano non solo la falda acquifera ma anche gli stessi terreni da cui ricavare tutti quei pregiati coltivi.
L'unico progetto in questo senso è quello del comune di Montechiarugolo da 1 Mw che avrebbe trattato circa 100.000 t. di deiezioni animali all'anno recuperandole da un territorio fino a 30 Km di distanza, ma lasciato nel cassetto per la sua eccessiva invasività sull'ambiente, probabilmente in rapporto alla DOP del parmigiano-reggiano.
reteambienteparma
29-01-2012
Serioli Giuliano
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domenica 29 gennaio 2012
Come eliminare le malattie correlate all'amianto.
L’eliminazione delle malattie correlate all’amianto dovrebbe avvenire attraverso le seguenti azioni di sanità pubblica:
1) Riconoscendo che la maniera più efficiente di eliminare le malattie correlate all’amianto è fermare l’uso di tutti i tipi di amianto;
2) Sostituire l’amianto con alternative più sicure e sviluppare meccanismi economici e tecnologici per stimolare la sua sostituzione;
3) Misure per prevenire l’esposizione all’amianto sul posto e durante la rimozione dell’amianto (abbattimento)
4) Migliorare la diagnosi precoce, il trattamento, il recupero medico e da malattie legate all’amianto e istituire registri per le persone con esposizioni passate e / o attuali all’amianto.
1) Riconoscendo che la maniera più efficiente di eliminare le malattie correlate all’amianto è fermare l’uso di tutti i tipi di amianto;
2) Sostituire l’amianto con alternative più sicure e sviluppare meccanismi economici e tecnologici per stimolare la sua sostituzione;
3) Misure per prevenire l’esposizione all’amianto sul posto e durante la rimozione dell’amianto (abbattimento)
4) Migliorare la diagnosi precoce, il trattamento, il recupero medico e da malattie legate all’amianto e istituire registri per le persone con esposizioni passate e / o attuali all’amianto.
Fonte: OMS
sabato 28 gennaio 2012
Risorse naturali ed energie rinnovabili
Il capitalismo finanziario mostra una straordinaria razionalità strumentale nell'estrarre valore da ogni cosa, fregandosene delle conseguenze per la salute del lavoro umano e per il reintegro delle risorse naturali, dimostrando in tal senso una assoluta irrazionalità.
Anzi, il suo comportamento irrazionale nei confronti della natura e degli ecosistemi è addirittura maggiore dell'irrazionalità delle sue politiche del lavoro e della protezione sociale.
Per tale irrazionalità si intende la sua assoluta indisponibilità a farne oggetto di preoccupazione e di studio.
Ha applicato in tutto il mondo un unico criterio di valorizzazione delle risorse naturali. Dall'abbattimento delle foreste pluviali per trarne legname a scopi industriali agli scavi minerari e perforazioni in ecosistemi sensibili; dall'industrializzazione della pesca in mari e oceani, distruggendo sistemi tradizionali di pesca che da sempre alimentavano le popolazioni rivierasche mettendo a rischio la sopravvivenza di molte specie ittiche, all'ingabbiamento di tutti i sistemi fluviali tramite dighe che hanno modificato in modo grave gli ecosistemi.
Senza l'apporto del sistema finanziario internazionale la vertiginosa progressione della valorizzazione (distruzione) delle risorse naturali nei paesi del terzo mondo non sarebbe possibile.
Esiste una correlazione tra la crescita del PIL e del capitale azionario e la contemporanea erosione di massa vivente attraverso il degrado ambientale e la distruzione di risorse non rinnovabili.
Oltre alla distruzione delle foreste pluviali, il capitalismo finanziario sta conducendo un assalto generalizzato al sistema agro-alimentare del mondo.
Questo attraverso:
Anzi, il suo comportamento irrazionale nei confronti della natura e degli ecosistemi è addirittura maggiore dell'irrazionalità delle sue politiche del lavoro e della protezione sociale.
Per tale irrazionalità si intende la sua assoluta indisponibilità a farne oggetto di preoccupazione e di studio.
Ha applicato in tutto il mondo un unico criterio di valorizzazione delle risorse naturali. Dall'abbattimento delle foreste pluviali per trarne legname a scopi industriali agli scavi minerari e perforazioni in ecosistemi sensibili; dall'industrializzazione della pesca in mari e oceani, distruggendo sistemi tradizionali di pesca che da sempre alimentavano le popolazioni rivierasche mettendo a rischio la sopravvivenza di molte specie ittiche, all'ingabbiamento di tutti i sistemi fluviali tramite dighe che hanno modificato in modo grave gli ecosistemi.
Senza l'apporto del sistema finanziario internazionale la vertiginosa progressione della valorizzazione (distruzione) delle risorse naturali nei paesi del terzo mondo non sarebbe possibile.
Esiste una correlazione tra la crescita del PIL e del capitale azionario e la contemporanea erosione di massa vivente attraverso il degrado ambientale e la distruzione di risorse non rinnovabili.
Oltre alla distruzione delle foreste pluviali, il capitalismo finanziario sta conducendo un assalto generalizzato al sistema agro-alimentare del mondo.
Questo attraverso:
- Formazione di oligopoli nel mercato delle sementi, nel mercato degli alimenti di base e nel mercato della distribuzione alimentare.
- Industrializzazione totale dell'agricoltura, tramite la contrattualizzazione degli agricoltori nominalmente indipendenti e la trasformazione industriale degli alimenti.
- Acquisto su vasta scala di terreni agricoli per mano di corporation collegate a quelle che controllano il mercato degli alimenti di base.
La formazione di tali monopoli ed oligopoli alimentari è avvenuta non per espansione di singole società, ma per ondate di fusioni ed acquisizioni sotto il ruolo propulsivo della finanza internazionale.
Il mercato delle sementi è controllato da 10 corporation.
Il commercio mondiale delle granaglie è controllato da 3 società.
Un quarto del mercato mondiale degli alimenti confezionati e delle bevande è controllato da 10 società.
Due terzi del pollame del mondo è lavorato e confezionato da 8 corporation.
Metà dei suini e dei bovini del mondo sono allevati e lavorati da stabilimenti industriali gestiti
da grandi corporation.
In Africa si stima siano stati acquistati 15 milioni di ettari da fondi di investimento cinesi, americani ed arabi. In argentina 2,4 milioni di ettari. In Ucraina 3 milioni di ettari.
Sui terreni acquistati vivevano popolazioni contadine che sono state espropriate con indennità irrisorie. Solo una loro frazione minima è stata reimpiegata come operai dell'agroindustria.
La gran massa è andata ad ingrossare gli slums delle metropoli del terzo mondo.
L'assalto del capitalismo finanziario al sistema agroalimentare per impiantare enormi monoculture estensive ha distrutto larga parte dell'agricoltura tradizionale, fondata sulla piccola azienda pluricolturale.
Invece di fornire tecnologie adeguate per trattenere sulla terra il maggior numero di contadini, ha
ridotto la biodiversità delle piante alimentari; ha distrutto i mercati locali ( il burro della Baviera, sussidiato alla UE, può essere venduto in Mongolia ad un prezzo inferiore di quello del posto), facendo fare il giro del mondo ai propri alimenti preconfezionati; ha sottratto decine di milioni di ettari alla catena alimentare per destinarli alla produzione di biocarburanti.
Gli USA destinano alla produzione di biocarburanti un quarto della produzione annua di mais e grano, sottratta di fatto all'alimentazione di aree del mondo sottonutrite e potenzialmente socialmente esplosive.
A partire dagli accordi di Kyoto, l'interesse del capitale finanziario per le bioenergie non si è più solo limitato allo sviluppo dei biocarburanti, ma si è buttato su quelle tipologie di energie rinnovabili diventate succulente occasioni di valorizzazione per gli incentivi di cui gli stati firmatari le hanno dotate.
E' cambiato forse il suo atteggiamento irrazionale nei confronti della natura?
Per niente! Ha solo attivato la sua razionalità strumentale verso queste nuove possibilità speculative.
Perchè lo sviluppo delle energie rinnovabili può essere sia una straordinaria occasione di democrazia economica, sia un'ulteriore occasione di speculazione e di predazione dell'ambiente naturale.
I dati sul solare fotovoltaico installato nel 2011 nel mondo ci dicono che il nostro paese è primo con quasi 7.000 Mw, avendo superato la stessa Germania che deteneva quel primato.
Siamo improvvisamente diventati un paese ambientalmente virtuoso? In cui singoli cittadini e piccole amministrazioni riempiono i loro tetti di pannelli fotovoltaici, come accade in Germania?
Niente di tutto questo!
Tranne rare eccezioni, si sono moltiplicati a dismisura "parchi fotovoltaici" a terra, occupando decine di migliaia di ettari di terreno. Suolo che, una volta dismessi gli impianti, avrà perso la sua fertilità.
Un esempio indicativo lo si ha proprio da noi con il "Fotovoltaico insieme" della Provincia.
L'amministrazione, forte dei suoi legami coi piccoli comuni carichi di debiti, ha pensato bene di imbastire un project financing con cui attirare i capitali delle finanziarie, invogliandole con le tariffe massime concesse dallo stato ai comuni. Ogni comune, una volta costruito il parco fotovoltaico sul suo territorio e ricevutane la titolarità dal GSE, la cede alla finanziaria che aveva messo i soldi, facendole così ottenere la tariffa massima di incentivazione per vent'anni e raddoppiare, così, il capitale investito.
E l'utile per i comuni? Niente elettricità gratuita, nè soldi da investire in opere, solo qualche decina di migliaia di euro, quale compensazione per il terreno occupato. In pratica un affitto.
E alla Provincia cosa ne viene? Un 5% per ogni impianto, che moltiplicato per 30 o 40 fa una bella sommetta. E poi un ritorno d'immagine : essersi fatta promotrice di tutta quell'energia rinnovabile.
Ma soprattutto aver procacciato commesse alle ditte del settore, tutte affiliate alle COOP, parte integrante di un nuovo sistema di potere.
Poca cosa, però, di fronte alle distese di torri eoliche del meridione del paese, magari neanche allacciate alla rete elettrica ancora insufficiente in capacità conduttrice, ma già in carico al GSE e in grado di ingrossare i capitali mafiosi con milioni di euro provenienti dalle nostre tasche.
Ma ancora peggio è la rincorsa alle biomasse.
Bruciare legna e granaglie per produrre energia elettrica è altamente inquinante ed antieconomico. Ma non importa perchè l'economicità di quegli inceneritori è data dagli incentivi pubblici.
Industriali del Nord come Marcegaglia e Maccaferri ne hanno impiantati a decine in Puglia e Calabria. Inceneritori da 30 fino a 50 Mw e più. Il combustibile arriva via nave a Taranto e Crotone. Pensate, si tratta di scarti legnosi da deforestazione delle foreste pluviali.
Far man bassa di certificati verdi, degli incentivi finanziati con le nostre bollette è un affare così ghiotto da essere diventato una vera e propria tentazione per ogni azienda e finanziaria che si rispetti.
A Trecasali come a Russi, in Romagna, è la Sadam Eridania a volerli, ricattando i sindacati per accordarsi con la Regione, alla faccia dei cittadini, dei lavoratori e della loro salute.
E pur di avere quei certificati sottraggono a colture alimentari migliaia di ettari di buona terra per produrre insilato di mais da cui ricavare gas e così produrre elettricità. Questo nel Cremonese, nel Lodigiano, in Romagna, nel Veneto, in Lombardia.
Sono i cosiddetti biodigestori anaerobici, contro cui si è mobilitata perfino Slow Food oltre ai cittadini ed alle associazioni degli agricoltori
E tutta la pianura padana ne è ormai costellata, come non bastasse l'inquinamento civile, viario ed industriale che la rendono già la macroregione più inquinata d'Europa, chiusa com'è dalla cerchia delle montagne. Nel mondo alla pari solo con il Guandong, in Cina.
L'unico contrasto ai veleni che ne promanano sono i boschi delle montagne, risorti rigogliosi dopo l'abbandono dei borghi da parte della gente e capaci di catturare CO2 e fermare il resto.
Ma quei boschi ora sono minacciati.
La speculazione si è buttata sul businness della legna da ardere falcidiando così tanto quel capitale verde da forare i boschi come fossero gruviera. Gli amministratori locali che dovrebbero fermare tale scempio sono proprio quelli che lo caldeggiano : " siamo seduti su un'altro petrolio e neanche ce ne accorgiamo", sono le parole di un funzionario all'agricoltura della Provincia.
E a chi chiede i dati di tale scempio per gli anni 2010 e 2011, gli amministratori rispondono che non sono disponibili. Ci prendono in giro.
A quei tagli si aggiungono ora anche quelli industriali a pianta intera promossi dalla Provincia stessa, coi finanziamenti della Regione, per rifornire di cippato le centrali termiche che intende impiantare in ogni borgo di montagna. E siccome tali inceneritori producono, per ora, solo calore e non elettricità vengono definiti virtuosi, ma sono pur sempre inquinanti ed antieconomici come gli altri e in montagna non c'è assolutamente bisogno del teleriscaldamento. E' uno sperpero.
Come uno sperpero sarebbe impiantare enormi torri eoliche sui crinali per produrre poca alettricità e al contrario cementificare le vette e taglieggiare ulteriormente i boschi con nuove strade di supporto. Questa l'intenzione di De Matteis, sindaco di Corniglio, al passo del Cirone e di Bodria, sindaco di Tizzano, sul monte Caio.
Ma le energie rinnovabili, se agite in modo sostenibile, possono essere davvero il futuro.
Un futuro di democrazia economica e di sviluppo della sostenibilità per l'ambiente della nostra presenza invasiva.
Le risorse e i finanziamenti pubblici dovrebbero essere indirizzati per tappezzare i nostri tetti di pannelli fotovoltaici in modo che ogni famiglia possa diventare autonoma energeticamente e invogliata a ristrutturare la propria casa per risparmiare l'energia che produce.
Tutto potrebbe iniziare dai piccoli comuni delle aree più abbandonate e meno fortunate economicamente.
Fondando una ESCO ( Energy Service company ), previste proprio dal decreto Bersani del 2007 come favorite per l'incentivazione delle energie rinnovabili, e titolandole con le proprietà municipali, come il palazzo stesso del comune, la scuola etc. riuscirebbero a capitalizzarla anche se il comune risulta indebitato e potrebbero così accedere a finanziamenti e mutui per impiantare il fotovoltaico sui tetti, previo accordo coi cittadini. Una volta intestatisi l'impianto, riscuoterebbero per 20 anni dal GSE la tariffa massima di incentivazione, la quale presso qualsiasi banca varrebbe come un titolo di garanzia con cui ottenere un ulteriore mutuo per ristrutturare il paese dal punto di vista del risparmio energetico e dare lavoro così anche all'edilizia locale.
Tale percorso energeticamente virtuoso ed economicamente vantaggioso potrebbe poi essere applicato anche a singole frazioni, ad aziende agricole, a quartieri cittadini trasformatisi in associazioni energetiche, o cooperative di produzione, etc.
Ogni singolo cittadino, invece di ottenere la sua quota di incentivi proporzionale ai pannelli sui suoi tetti, potrebbe optare per avere l'elettricità gratuita e così pure la singola scuola, l'azienda artigiana
etc.
Se i biodigestori anaerobici, impiantati solo per ricavarne incentivi e alimentati con coltivazioni dedicate che rubano terreni all'alimentazione, sono degli ecomostri cui opporsi; tali non sono quelli che vengono alimentati con le deiezioni animali, a patto che non siano troppo grandi ed invasivi per il territorio. Ogni allevamento, anzi, dovrebbe averne uno, soprattutto per impedire che i nitrati di tutti quei liquami finiscano in falda, inquinandola. Gli incentivi che l'azienda ricaverebbe dalla produzione di gas e quindi di energia elettrica sarebbero il giusto compenso per aver reso l'allevamento sostenibile per l'ambiente. Questo vale per l'enorme quantità di allevamenti della val Padana e ancor più per quelli della nostra Food Valley, che inquinano non solo la falda acquifera ma anche gli stessi terreni da cui ricavare tutti quei pregiati coltivi.
Le ESCO, oltre che uno strumento di sviluppo economico, sarebbero anche un'occasione di democrazia partecipata e di trasparenza. Non sarebbe solo l'ente locale a farne parte ma anche le aziende artigiane che monterebbero i pannelli e che farebbero manutenzione e i lavoratori edili che farebbero le necessarie ristrutturazioni dei tetti per l'impianto dei pannelli. Un modo per i cittadini
di partecipare ai progetti delle amministrazioni e di controllarne direttamente le voci di spesa e l'utilità per il bene pubblico.
Parma 15 - 01 - 2012
Reteambienteparma
Serioli Giuliano
Il mercato delle sementi è controllato da 10 corporation.
Il commercio mondiale delle granaglie è controllato da 3 società.
Un quarto del mercato mondiale degli alimenti confezionati e delle bevande è controllato da 10 società.
Due terzi del pollame del mondo è lavorato e confezionato da 8 corporation.
Metà dei suini e dei bovini del mondo sono allevati e lavorati da stabilimenti industriali gestiti
da grandi corporation.
In Africa si stima siano stati acquistati 15 milioni di ettari da fondi di investimento cinesi, americani ed arabi. In argentina 2,4 milioni di ettari. In Ucraina 3 milioni di ettari.
Sui terreni acquistati vivevano popolazioni contadine che sono state espropriate con indennità irrisorie. Solo una loro frazione minima è stata reimpiegata come operai dell'agroindustria.
La gran massa è andata ad ingrossare gli slums delle metropoli del terzo mondo.
L'assalto del capitalismo finanziario al sistema agroalimentare per impiantare enormi monoculture estensive ha distrutto larga parte dell'agricoltura tradizionale, fondata sulla piccola azienda pluricolturale.
Invece di fornire tecnologie adeguate per trattenere sulla terra il maggior numero di contadini, ha
ridotto la biodiversità delle piante alimentari; ha distrutto i mercati locali ( il burro della Baviera, sussidiato alla UE, può essere venduto in Mongolia ad un prezzo inferiore di quello del posto), facendo fare il giro del mondo ai propri alimenti preconfezionati; ha sottratto decine di milioni di ettari alla catena alimentare per destinarli alla produzione di biocarburanti.
Gli USA destinano alla produzione di biocarburanti un quarto della produzione annua di mais e grano, sottratta di fatto all'alimentazione di aree del mondo sottonutrite e potenzialmente socialmente esplosive.
A partire dagli accordi di Kyoto, l'interesse del capitale finanziario per le bioenergie non si è più solo limitato allo sviluppo dei biocarburanti, ma si è buttato su quelle tipologie di energie rinnovabili diventate succulente occasioni di valorizzazione per gli incentivi di cui gli stati firmatari le hanno dotate.
E' cambiato forse il suo atteggiamento irrazionale nei confronti della natura?
Per niente! Ha solo attivato la sua razionalità strumentale verso queste nuove possibilità speculative.
Perchè lo sviluppo delle energie rinnovabili può essere sia una straordinaria occasione di democrazia economica, sia un'ulteriore occasione di speculazione e di predazione dell'ambiente naturale.
I dati sul solare fotovoltaico installato nel 2011 nel mondo ci dicono che il nostro paese è primo con quasi 7.000 Mw, avendo superato la stessa Germania che deteneva quel primato.
Siamo improvvisamente diventati un paese ambientalmente virtuoso? In cui singoli cittadini e piccole amministrazioni riempiono i loro tetti di pannelli fotovoltaici, come accade in Germania?
Niente di tutto questo!
Tranne rare eccezioni, si sono moltiplicati a dismisura "parchi fotovoltaici" a terra, occupando decine di migliaia di ettari di terreno. Suolo che, una volta dismessi gli impianti, avrà perso la sua fertilità.
Un esempio indicativo lo si ha proprio da noi con il "Fotovoltaico insieme" della Provincia.
L'amministrazione, forte dei suoi legami coi piccoli comuni carichi di debiti, ha pensato bene di imbastire un project financing con cui attirare i capitali delle finanziarie, invogliandole con le tariffe massime concesse dallo stato ai comuni. Ogni comune, una volta costruito il parco fotovoltaico sul suo territorio e ricevutane la titolarità dal GSE, la cede alla finanziaria che aveva messo i soldi, facendole così ottenere la tariffa massima di incentivazione per vent'anni e raddoppiare, così, il capitale investito.
E l'utile per i comuni? Niente elettricità gratuita, nè soldi da investire in opere, solo qualche decina di migliaia di euro, quale compensazione per il terreno occupato. In pratica un affitto.
E alla Provincia cosa ne viene? Un 5% per ogni impianto, che moltiplicato per 30 o 40 fa una bella sommetta. E poi un ritorno d'immagine : essersi fatta promotrice di tutta quell'energia rinnovabile.
Ma soprattutto aver procacciato commesse alle ditte del settore, tutte affiliate alle COOP, parte integrante di un nuovo sistema di potere.
Poca cosa, però, di fronte alle distese di torri eoliche del meridione del paese, magari neanche allacciate alla rete elettrica ancora insufficiente in capacità conduttrice, ma già in carico al GSE e in grado di ingrossare i capitali mafiosi con milioni di euro provenienti dalle nostre tasche.
Ma ancora peggio è la rincorsa alle biomasse.
Bruciare legna e granaglie per produrre energia elettrica è altamente inquinante ed antieconomico. Ma non importa perchè l'economicità di quegli inceneritori è data dagli incentivi pubblici.
Industriali del Nord come Marcegaglia e Maccaferri ne hanno impiantati a decine in Puglia e Calabria. Inceneritori da 30 fino a 50 Mw e più. Il combustibile arriva via nave a Taranto e Crotone. Pensate, si tratta di scarti legnosi da deforestazione delle foreste pluviali.
Far man bassa di certificati verdi, degli incentivi finanziati con le nostre bollette è un affare così ghiotto da essere diventato una vera e propria tentazione per ogni azienda e finanziaria che si rispetti.
A Trecasali come a Russi, in Romagna, è la Sadam Eridania a volerli, ricattando i sindacati per accordarsi con la Regione, alla faccia dei cittadini, dei lavoratori e della loro salute.
E pur di avere quei certificati sottraggono a colture alimentari migliaia di ettari di buona terra per produrre insilato di mais da cui ricavare gas e così produrre elettricità. Questo nel Cremonese, nel Lodigiano, in Romagna, nel Veneto, in Lombardia.
Sono i cosiddetti biodigestori anaerobici, contro cui si è mobilitata perfino Slow Food oltre ai cittadini ed alle associazioni degli agricoltori
E tutta la pianura padana ne è ormai costellata, come non bastasse l'inquinamento civile, viario ed industriale che la rendono già la macroregione più inquinata d'Europa, chiusa com'è dalla cerchia delle montagne. Nel mondo alla pari solo con il Guandong, in Cina.
L'unico contrasto ai veleni che ne promanano sono i boschi delle montagne, risorti rigogliosi dopo l'abbandono dei borghi da parte della gente e capaci di catturare CO2 e fermare il resto.
Ma quei boschi ora sono minacciati.
La speculazione si è buttata sul businness della legna da ardere falcidiando così tanto quel capitale verde da forare i boschi come fossero gruviera. Gli amministratori locali che dovrebbero fermare tale scempio sono proprio quelli che lo caldeggiano : " siamo seduti su un'altro petrolio e neanche ce ne accorgiamo", sono le parole di un funzionario all'agricoltura della Provincia.
E a chi chiede i dati di tale scempio per gli anni 2010 e 2011, gli amministratori rispondono che non sono disponibili. Ci prendono in giro.
A quei tagli si aggiungono ora anche quelli industriali a pianta intera promossi dalla Provincia stessa, coi finanziamenti della Regione, per rifornire di cippato le centrali termiche che intende impiantare in ogni borgo di montagna. E siccome tali inceneritori producono, per ora, solo calore e non elettricità vengono definiti virtuosi, ma sono pur sempre inquinanti ed antieconomici come gli altri e in montagna non c'è assolutamente bisogno del teleriscaldamento. E' uno sperpero.
Come uno sperpero sarebbe impiantare enormi torri eoliche sui crinali per produrre poca alettricità e al contrario cementificare le vette e taglieggiare ulteriormente i boschi con nuove strade di supporto. Questa l'intenzione di De Matteis, sindaco di Corniglio, al passo del Cirone e di Bodria, sindaco di Tizzano, sul monte Caio.
Ma le energie rinnovabili, se agite in modo sostenibile, possono essere davvero il futuro.
Un futuro di democrazia economica e di sviluppo della sostenibilità per l'ambiente della nostra presenza invasiva.
Le risorse e i finanziamenti pubblici dovrebbero essere indirizzati per tappezzare i nostri tetti di pannelli fotovoltaici in modo che ogni famiglia possa diventare autonoma energeticamente e invogliata a ristrutturare la propria casa per risparmiare l'energia che produce.
Tutto potrebbe iniziare dai piccoli comuni delle aree più abbandonate e meno fortunate economicamente.
Fondando una ESCO ( Energy Service company ), previste proprio dal decreto Bersani del 2007 come favorite per l'incentivazione delle energie rinnovabili, e titolandole con le proprietà municipali, come il palazzo stesso del comune, la scuola etc. riuscirebbero a capitalizzarla anche se il comune risulta indebitato e potrebbero così accedere a finanziamenti e mutui per impiantare il fotovoltaico sui tetti, previo accordo coi cittadini. Una volta intestatisi l'impianto, riscuoterebbero per 20 anni dal GSE la tariffa massima di incentivazione, la quale presso qualsiasi banca varrebbe come un titolo di garanzia con cui ottenere un ulteriore mutuo per ristrutturare il paese dal punto di vista del risparmio energetico e dare lavoro così anche all'edilizia locale.
Tale percorso energeticamente virtuoso ed economicamente vantaggioso potrebbe poi essere applicato anche a singole frazioni, ad aziende agricole, a quartieri cittadini trasformatisi in associazioni energetiche, o cooperative di produzione, etc.
Ogni singolo cittadino, invece di ottenere la sua quota di incentivi proporzionale ai pannelli sui suoi tetti, potrebbe optare per avere l'elettricità gratuita e così pure la singola scuola, l'azienda artigiana
etc.
Se i biodigestori anaerobici, impiantati solo per ricavarne incentivi e alimentati con coltivazioni dedicate che rubano terreni all'alimentazione, sono degli ecomostri cui opporsi; tali non sono quelli che vengono alimentati con le deiezioni animali, a patto che non siano troppo grandi ed invasivi per il territorio. Ogni allevamento, anzi, dovrebbe averne uno, soprattutto per impedire che i nitrati di tutti quei liquami finiscano in falda, inquinandola. Gli incentivi che l'azienda ricaverebbe dalla produzione di gas e quindi di energia elettrica sarebbero il giusto compenso per aver reso l'allevamento sostenibile per l'ambiente. Questo vale per l'enorme quantità di allevamenti della val Padana e ancor più per quelli della nostra Food Valley, che inquinano non solo la falda acquifera ma anche gli stessi terreni da cui ricavare tutti quei pregiati coltivi.
Le ESCO, oltre che uno strumento di sviluppo economico, sarebbero anche un'occasione di democrazia partecipata e di trasparenza. Non sarebbe solo l'ente locale a farne parte ma anche le aziende artigiane che monterebbero i pannelli e che farebbero manutenzione e i lavoratori edili che farebbero le necessarie ristrutturazioni dei tetti per l'impianto dei pannelli. Un modo per i cittadini
di partecipare ai progetti delle amministrazioni e di controllarne direttamente le voci di spesa e l'utilità per il bene pubblico.
Parma 15 - 01 - 2012
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sabato 14 gennaio 2012
Trecasali 13-01-2012
Trecasali 13-01-2012
In questi ultimi tempi sul scenario del POLO INDUSTRIALE ENERGETICO di ERIDANIA SAN QUIRICO TRECASALI si è innescata una situazione di sconcerto: dal revamping della centrale termoelettrica Edison, alla rimessa in marcia delle caldaie del Lievitificio, tre provvisorie allo zuccherificio per la campagna, l' impianto biogas, la presentazione del progetto biomasse da parte del' Eridania ed in prossimità a questo un allevamento di 300mila capi di galline ovaiole con annesso impianto di biomasse con la pollina, più la TI-BRE e l'autostrada CIS PADANA.
Mi sembra un quadro preoccupante, perché solo, come è attualmente la situazione non c'è più margine per altre attività del genere. Questa prospettiva desta molta preoccupazione e deve fare riflettere tutti livelli Istituzionali, partendo dal Comune di Trecasali la più vicina ai cittadini, deve farsi carico di una situazione del genere prima che sia troppo tardi.
Per questo propongo al Sindaco di convocare un Consiglio Comunale straordinario con lo spirito coalizione di unità comunale, per fermare tutti gli interventi e i progetti che sono in atto in quella zona. Coinvolgendo i comuni limitrofi e la Provincia, per chiedere alla Regione di revocare quel punto della delibera: Individuazione dei siti per gli impianti di energie da fonti rinnovabili n 51 del 26-7-2011 che in parole povere dice che le aziende saccarifere possono fare tutto, nello stesso tempo si toglie l'autonomia ai Comuni di gestire il proprio territorio, rendendoli inutili. Non vorrei che fra qualche anno i Sindaci siano chiamati a deliberare il blocco degli impianti come il blocco del traffico in questi giorni.
Per questo fermare tutti i progetti in atto non vuole dire debolezza o paura di restare poveri qualche giorno in più, ma avere il coraggio di affrontare il futuro con un ottica più sensibile al territorio e vicina ai cittadini con l'opportunità di rilanciare la fiducia alle istituzioni.
Gianni Bertoncin
In questi ultimi tempi sul scenario del POLO INDUSTRIALE ENERGETICO di ERIDANIA SAN QUIRICO TRECASALI si è innescata una situazione di sconcerto: dal revamping della centrale termoelettrica Edison, alla rimessa in marcia delle caldaie del Lievitificio, tre provvisorie allo zuccherificio per la campagna, l' impianto biogas, la presentazione del progetto biomasse da parte del' Eridania ed in prossimità a questo un allevamento di 300mila capi di galline ovaiole con annesso impianto di biomasse con la pollina, più la TI-BRE e l'autostrada CIS PADANA.
Mi sembra un quadro preoccupante, perché solo, come è attualmente la situazione non c'è più margine per altre attività del genere. Questa prospettiva desta molta preoccupazione e deve fare riflettere tutti livelli Istituzionali, partendo dal Comune di Trecasali la più vicina ai cittadini, deve farsi carico di una situazione del genere prima che sia troppo tardi.
Per questo propongo al Sindaco di convocare un Consiglio Comunale straordinario con lo spirito coalizione di unità comunale, per fermare tutti gli interventi e i progetti che sono in atto in quella zona. Coinvolgendo i comuni limitrofi e la Provincia, per chiedere alla Regione di revocare quel punto della delibera: Individuazione dei siti per gli impianti di energie da fonti rinnovabili n 51 del 26-7-2011 che in parole povere dice che le aziende saccarifere possono fare tutto, nello stesso tempo si toglie l'autonomia ai Comuni di gestire il proprio territorio, rendendoli inutili. Non vorrei che fra qualche anno i Sindaci siano chiamati a deliberare il blocco degli impianti come il blocco del traffico in questi giorni.
Per questo fermare tutti i progetti in atto non vuole dire debolezza o paura di restare poveri qualche giorno in più, ma avere il coraggio di affrontare il futuro con un ottica più sensibile al territorio e vicina ai cittadini con l'opportunità di rilanciare la fiducia alle istituzioni.
Gianni Bertoncin
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mercoledì 11 gennaio 2012
Una mail al Sindaco e ai consiglieri di Bardi
Segnaliamo una iniziativa del blog pocodetto.wordpress.com che sta avendo un certo successo a sostegno della nostra battaglia contro le cave di pietre verdi, le cosiddette "cave all'amianto".
Diffondete il più possibile, anche se ormai i tempi sono brevi.
Ecco il link all'iniziativa: "Amianto da bonificare? Si, … anzi no!"
Grazie a tutte le persone che ci stanno aiutando facendo sentire la propria voce.
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lunedì 9 gennaio 2012
Lettera ai sindaci
Bardi 09 / 01 / 2012
e p. c. a Vasco Errani Presidente Regione Emilia Romagna
Loro sedi
Lettera aperta
Oggetto : Amianto/ Cave/ Salute
La Regione Emilia-Romagna ha reso nota il 30 settembre scorso la mappatura aggiornata dei siti contaminati da amianto, evidenziando la loro cospicua presenza in Valtaro–Valceno.
Questa mappatura ha individuato e inserito solo i siti più estesi.
Un'elementare logica di tutela sanitaria avrebbe richiesto che i sindaci, nella loro funzione di massima autorità sanitaria, si fossero da tempo fatti parte diligente, al fine di completare i rilievi sul territorio, finalizzandoli quantomeno ad individuare una priorità di interventi.
Sarebbe così stato possibile prevenire gli interventi di emergenza sanitaria, come è recentemente avvenuto nel comune di Borgo Val di Taro, che nel prossimo futuro, stante l’attuale disinteresse, diventeranno sempre più necessari e frequenti.
Per inciso la prima mappatura delle contaminazioni da amianto risale al 2005, mentre il decreto applicativo sulle metodiche di bonifica è del 1996, e la legge quadro che vietò l’uso dell’amianto e dei materiali contenenti amianto, disponendo la bonifica dei siti contaminati, risale addirittura al 1992.
Dunque da 19 anni tutti gli amministratori pubblici sanno, eppure ancora non vi è consapevolezza e ancora lunga è la battaglia contro l'amianto, nonostante quanti da tempo si battono in tutta Italia perché questa tematica rientri nelle priorità assolute della politica e della Amministrazione Pubblica.
Al problema dei manufatti in cemento-amianto, obiettivamente una grave situazione a dimensione nazionale, si aggiunge nelle nostre valli quello delle cave ofiolitiche, che disperdono in ambiente nuove fibre di amianto, un vero e proprio argomento tabù, che dovrebbe invece sollecitare i cittadini più consapevoli e intellettualmente attivi.
Dopo due anni di continui tentativi di richiamare all'attenzione il tema della salvaguardia sanitaria e ambientale, dobbiamo amaramente constatare che la regola prevalente che regge le comunità è il tornaconto personale o lobbistico, spesso perseguito a danno altrui.
Comunità tenute volontariamente nel limbo della mancata informazione, che si accontentano di una modesta gestione burocratica del ruolo pubblico, che non potranno mai svolgere quella funzione di controllo e stimolo democratico necessario e urgente.
Sul tema cave, in attesa di conoscere le determinazioni che il Comune di Bardi adotterà, ci limitiamo ad alcune considerazioni.
Assistiamo oggi al paradosso di Piani delle Attività Estrattive, approvati o in itinere, che prevedono il rilascio di nuove concessioni a cavare inerti in siti dichiarati dalla Regione contaminati da amianto e quindi soggetti per legge a bonifica.
Tutto questo sta avvenendo “alla faccia della gente e della logica”.
Per volontà di una politica scellerata, nella quale il ruolo dei sindaci è decisivo, queste valli sono diventate il più grande polo estrattivo ofiolitico esistente in Italia.
Quanto ancora dobbiamo aspettare per vedere il coraggio civico di portare dentro i consigli comunali questa problematica?
In una recente intervista il presidente della giunta regionale Vasco Errani ebbe a dichiarare che la regione da lui amministrata è l’unica in Italia dove non si apre una cava che il sindaco non voglia.
Il silenzio generalizzato delle Istituzioni è stato irreversibilmente svelato.
Fabio Paterniti
(portavoce di Cave all’amianto no grazie )
www.reteambienteparma.org - info@reteambienteparma.org
comitato pro valparma - circolo valbaganza - comitato ecologicamente -
comitato rubbiano per la vita - comitato cave all’amianto no grazie -
associazione gestione corretta rifiuti e risorse – no cava le predelle –
associazione per l'informazione ambientale a san secondo parmense
giovedì 29 dicembre 2011
CENTRALI TERMICHE A CIPPATO: INQUINANTI ED ANTIECONOMICHE
Quello cui fa qui riferimento Federico Valerio, noto chimico Genovese, sono inceneritori a cippato di legna per produrre energia elettrica e per incamerare certificati verdi da incentivi pubblici."Poco più di un anno fa mi sono collegato in video conferenza ( con SKIPE) con il comitato "No Centrali a Biomasse" di Villadossola, a pochi chilometri da Domodossola. Durante la conferenza ho chiarito come le biomasse siano un combustibile povero e inquinante e che la prassi consueta di quasi tutti gli impianti a biomasse che si propongono in Italia, sia quella di buttare letteralmente all'aria, come calore non utilizzato, oltre il 70% dell'energia termica delle biomasse bruciate." (Federico Valerio)
Impianti, sottolinea, che lasciano inutilizzato il 70% dell'energia termica prodotta.
Federico Valerio afferma comunque che tutti gli inceneritori a legna bruciano un combustibile povero ed inquinante.
Lo prendiamo in parola e andiamo oltre. Sosteniamo che sono inquinanti ed antieconomici anche i piccoli inceneritori sorti per produrre solo energia termica. Per intenderci, quelli sotto il Mw di cui Regione e Provincia stanno finanziando l'installazione in tutto l'Appennino. 3 sono già funzionanti e 5 sono già stati finanziati. Dall'Olio, funzionario della Provincia e candidato alle primarie del Pd, ha firmato un documento che comproverebbe la larga disponibilità di legna utilizzabile dal punto di vista energetico nonostante i massicci tagli dovuti alla speculazione sulla legna da ardere, arrivando ad affermare che di tali inceneritori a cippato se ne potrebbero installare, senza problemi, addirittura una trentina nei borghi del nostro Appennino.
Gli argomenti addotti per giustificare tale scelta sono ormai dei mantra, frasi fatte ripetute ad ogni piè sospinto e ritenute certezze intoccabili. Sarebbe il caso, invece, di sottoporli a giudizio critico.
- il primo mantra è dato dalla certezza che la combustione delle biomasse non contribuisca all'effetto serra. Viene detto che la stessa CO2 assorbita durante la crescita viene restituita durante
la combustione. Cioè sarebbero impianti a somma zero di emissioni CO2.
In astratto è vero : la CO2 emessa è quella incorporata nel legno.
Ma non si considera il fattore tempo. In natura le piante hanno una vita di molte decine di anni e ne impiegano altrettanti, una volta morte, a seccarsi, marcire, diventare humus e rilasciare CO2.
Nel concreto dalla combustione di cippato di legna viene emessa anidride carbonica in quantità industriale che gli ettari di bosco, tagliati per fornirlo, impiegheranno anni prima di avere la massa arborea sufficiente a ricatturare la stessa quantità di CO2 di prima.
- il secondo mantra è dato dalla certezza che una centrale termica a cippato, fornendo teleriscaldamento in sostituzione delle vecchie caldaie a legna delle case, abbia emissioni meno nocive di queste e che l'aria dei borghi in inverno diventi addirittura più salubre.
Sbagliato. La gente ha già provveduto in questi ultimi anni a dotarsi di moderne caldaie funzionanti sia a pellet che a legna, con abbattimento dei fumi. La caldaia è programmata per accendersi automaticamente col pellet ed è poi rifornita manualmente di legna durante la giornata. Il pellet ha un contenuto idrico dell'8%. La legna usata è secca, stagionata due anni, ha un contenuto di umidità inferiore al 20% e produce basse emissioni, ulteriormente abbattute dal filtro della caldaia.
La centrale a biomassa, al contrario, brucia cippato fresco con umidità del 50-60%. Produce una cattiva combustione con eccessi di fumi e con residui di ceneri anche del 5%. Ma soprattutto supera ampiamente il range massimo di 100 mg/m3 di polveri previsto dalla normativa nazionale.
L'ingegner Saviano della SIRAM, la ditta costruttrice della centrale a cippato dentro l'ospedale di Borgotaro, ha dovuto inventarsi alchimista per dosare la quantità di calore della caldaia a metano con quella della caldaia a cippato in modo che questa avesse la minor quantità di emissioni e di ceneri possibile per un ospedale e ha dovuto approviggionarsi di cippato di legna stagionata, per non dover servirsi di cippato fresco, così difficile da bruciare e così inquinante.
- Il terzo mantra è dato dalla certezza del risparmio con la centrale a cippato.
Forse è vero rispetto al gasolio che si usava prima, ma non rispetto ad altre possibilità.
Il costo di una centrale come quella di Palanzano, con due caldaie da 350 Kw l'una, è di 426.000 euro e il costo di quella di Monchio, da 926 Kw, è di 650.000 euro. Il costo aggiuntivo della rete di teleriscaldamento è di 500 euro al metro. Monchio ha già speso 100.000 euro solo per una parte della rete di teleriscaldamento. Il comune di Palanzano, viste le conseguenze nel bruciare cippato fresco : grandi emissioni di fumi e grosse quantità di ceneri, è passato a bruciare pellet. Costa di più ma rende molto di più, ha emissioni e ceneri 10 volte inferiori al cippato fresco. Forti di questa esperienza avrebbero risparmiato molto di più mettendo caldaie a pellet in ognuno dei 5 fabbricati del comune, senza bisogno dei costi del teleriscaldamento. Una caldaia automatica a pellet da 60 Kw di potenza, capace di riscaldare una superficie di 800 m2, costa 36.000 euro( iva e installazione comprese), detraibili al 55% in 10 anni. Il costo reale diventerebbe di 16.000 euro.
Con neanche 100.000 euro avrebbero risolto il problema e avrebbero potuto destinare il resto dei finanziamenti regionali ad interventi di ristrutturazione per il risparmio energetico, creando così anche lavoro.
- il quarto mantra è che non si intacca il patrimonio forestale perchè il cippato deriva solo dalla pulizia dei boschi. Falso. La pulizia dei boschi la si faceva una volta quando la legna era poca e la gente tanta. Ora non la fa più nessuno, tantomeno i boscaioli o le cooperative di taglio.
Il cippato fresco, anzi, deriva proprio dal taglio meccanizzato del bosco, dall'esbosco a pianta intera, con cui il tronco diventa tondame da lavoro e i rami e il cimale, una volta tagliati, vengono subito cippati con foglie e tutto il resto. Per un tale taglio meccanizzato è prevista anche l'apertura di nuove strade e quindi un'ulteriore rimaneggiamento del bosco ed una sua maggiore esposizione al taglio generalizzato già in atto per la speculazione sulla legna da ardere che ha già superato la sostenibilità e che sta intaccando la rinnovabilità.
- Il quinto mantra è che l'investimento strutturale nel teleriscaldamento sia necessario nei piccoli borghi perchè gli anziani non sono più in grado di essere autonomi nemmeno a casa loro. Risibile. Per chi non ce la fa ci sono le case di riposo attrezzate.
Sono necessari, invece, investimenti strutturali per creare lavoro, cosa che le centrali a cippato non fanno minimamente. Investimenti per la ristrutturazione dei borghi finalizzata al risparmio energetico ed alla ricezione agrituristica ed ospitativa, capaci di creare lavoro nell'edilizia e nell'indotto e a seguire nel turismo, ormai moribondo.
Ma nella nostra montagna, altrettanto grave dell'abbandono dei borghi e della mancanza di lavoro
è il taglio dei boschi causato dalla speculazione sulla legna da ardere. Le tonnellate di cippato che bruceranno nelle decine di future centrali termiche si andranno a sommare alle migliaia di tonnellate di legna che ogni anno vengono portate via su camion, con grave dissesto per i boschi, i versanti dei monti e le strade delle valli.
Su circa 300.000 tonnellate potenzialmente prelevabili dai boschi del nostro Appennino, stando ai dati delle comunità montane, nel 2009 ne sono state effettivamente tagliate 190.000, sotto la voce di autoconsumo. Ma questa parola in borghi semiabbandonati è ormai un eufemismo, valida quando le case erano tutte abitate, ma non certo ora che lo è una casa su quattro.
Tutta quella legna viene portata via dal nostro territorio e venduta a caro prezzo chissà dove.
Il prezzo di mercato della legna da ardere stagionata 3 mesi è di 11 euro al quintale, arriva anche a 18 euro se stagionata 2 anni.
Di quei soldi in montagna resta ben poco. Gli anziani dei borghi che fanno tagliare i loro boschi di proprietà incamerano solo 1.000 euro all'ettaro.
La gran parte dei soldi del taglio finisce però giù in città.
A coloro che vi si sono trasferiti da tempo e che hanno conservato la proprietà della casa e di appezzamenti boschivi. Certo, qualche boscaiolo in ogni borgo mette in tasca un pò di più, 4 o 5.000 euro per ogni ettaro tagliato, ma non si arricchisce di sicuro col sudore della sua fronte.
Nè quel pò di euro in più che girano per i borghi ne cambiano l'assetto economico.
Ma soprattutto finiscono nelle tasche dei commercianti e grossisti della filiera del legno che non torneranno certo ad investirli lassù.
I dati degli ettari richiesti al taglio nel 2011 non sono ancora disponibili, ma non lo sono nemmeno quelli del 2010, nonostante siano stati richiesti per un anno intero. Tutti i boscaioli dicono che si è tagliato molto di più, forse molto più del doppio e che sono nate delle aziende che hanno assunto in nero extracomunitari che tagliano a più non posso e pagati un tanto a m3.
A confermare l'enormità dei tagli e il mancato rispetto spesso delle regole minime sono le parole stesse del sindaco Bovis di Langhirano ad un'assemblea aperta del Pd sullo stato della montagna del settembre scorso : " Se dovessimo punire quest'anno chi ha sgarrato dalle regole dei tagli, dovremmo comminare ammende per alcune decine di migliaia di euro. Ma non so se è il caso di farlo : alcune aziende fallirebbero."
Ma se i tagli hanno ormai superato la sostenibilità e stanno intaccando la rinnovabilità dei nostri boschi, non si può più accettare che le autorità amministrative impongano il silenzio ai funzionari preposti. La risorsa verde dei boschi non è "il nuovo petrolio su cui siamo seduti", come affermato da un funzionario della Provincia, ma una risorsa preziosa che va salvaguardata proprio nell'interesse della montagna, di chi vi abita e del suo futuro possibile.
"Ogni burocrazia si adopera per rafforzare la superiorità della sua posizione mantenendo segrete le sue informazioni e le sue intenzioni. Cerca di sottrarsi alla visibilità del pubblico, perchè questo è il modo migliore per difendersi dallo scrutinio critico." ( Max Weber )
Serioli Giuliano
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